Ci siamo lasciati fregare la fiducia?

I due di Emmaus, ovvero il mistero del cuore morto e ‘rianimato’ dal Risorto. Proviamo a fissare i sentimenti dei due discepoli. Interrotti e agganciati da Gesù, che non riconoscono per sua iniziativa ma anche per loro cecità spirituale, gli mostrano una faccia triste. Il volto rappresenta la persona. Mente, cuore, volontà, financo il corpo è abitato dalla tristezza e della sfiducia. ‘Un gran peccato! La nostra speranza si è sgretolata’. Dopo i preliminari e un attento ascolto i due vengono ‘bastonati’ da Gesù: ‘Stolti e lenti di cuore’. Strano modo quello del Maestro di rincuorare. Li rimprovera senza peli sulla lingua per il cuore indurito o sclerocardia spirituale. Il cuore spento abbisogna quasi dell’elettroshock per essere stimolato. Il massaggio cardiaco avviene grazie all’azione energica della Parola: ‘Spiegò loro in tutte le scritture…’. E il cuore riparte: ‘Non ci ardeva forse il cuore…’. Vorrei trovare una immediata applicazione alla crisi contemporanea, senza scambiare il Vangelo per un prontuario per i mali di ogni stagione. Il Risorto rianima perché con la sua Parola ridà senso, riscatta dall’assurdità la vita, restituisce fiducia. E’ bene non dimenticarselo che la crisi economica è partita come crisi etica, come crisi di fiducia, e a sua volta ha generato sfiducia come un cane che si morde la coda. E’ solo uno scatto di fiducia che ci può salvare: fiducia nel domani, fiducia nella solidarietà e nell’investire per il bene comune, fiducia nel Signore che si sta concentrando su cuori raffreddati ed induriti per riaccenderli di speranza con il fuoco del Vangelo.
(Articolo pubblicato su Le Voci. Settimanale Villotta-Taiedo)

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Gratitudine

Domenica 13 ottobre 2013

Letture: 2 Re 5, 14-17; Sal 97;  2 Tm 2, 8-13;  Lc 17, 11-19

Dal vangelo secondo Luca
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Gesù attraversa la Samaria, territorio notoriamente ostile e refrattario al Vangelo.
Sta percorrendo il suo viaggio, geografico e vocazionale insieme. Meta: Gerusalemme. E guarda un po’, non evita la Samaria, ma la incontra e la attraversa. Ciò che sembra prendere le distanze viene cercato e raggiunto. Dentro a questo territorio ‘periferico’ e ultimo viene intercettato da 10 lebbrosi, da 10 ultimi. Non sono solo malati, ma anche impuri, malati spiritualmente, intoccabili. Curiosa  e commovente la strategia di Dio ostinatamente in cammino per raggiungere ciò che sembra lontano e perduto.  E’ facile rievocare qui il celebre ‘bacio’ di Francesco al lebbroso e soprattutto la sua reazione emotiva. Ciò che gli era disgustoso e raccapricciante gli si trasformò in dolcezza, in diletto interiore. Aveva imparato i gusti di Dio. Sono convinto che in buona parte la trasformazione della nostra pastorale in azione autenticamente missionaria, e non solo di conservazione dell’esistente, potrà essere determinata da un apprendere i gusti di Dio, testardamente attirato da ciò che è lontano, apparentemente disinteressato alla salvezza, periferico.
I 10 vengono guariti e solo uno ritorna per ringraziare. La sua lode è pubblica, gridata, cantata. ‘Lodando Dio a gran voce!’. Gesù con una certa amarezza e con un intento educativo rimarca il fatto che solo uno su 10 è stato riconoscente. E gli altri? La gratitudine è un tema centrale e di assoluta importanza. Uno stuolo di adulti cattolici nei nostri ambienti parrocchiali sembra snobbarla. O perché la ritiene roba da bambini con il ciuccio o perché riguarda sempre gli altri, normalmente visti come ingrati. Essa dovrebbe essere maggiormente esercitata. Quando circola funziona come potente balsamo spirituale, rigenera, incoraggia, tonifica. Non manchi un appunto circa la pretesa della gratitudine. Non è ovviamente il caso di Gesù. Voglio dire che è legittimo e opportuno attendersi gratitudine quanto si è fatto qualcosa di buono. Tuttavia non si può pretendere gratitudine. Essa è amore e l’amore non può essere preteso da nessuno, sarebbe forzato e falso. Il tutto deve avvenire nella libertà. Ecco allora la domanda: ‘Dei 10 lebbrosi sanati che si muovono dentro di noi, quanti ritornano per rendere lode?’.

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Sono pochi?

Domenica 25 agosto 2013

Letture:   Is 66, 18-21; Sal 116;  Eb 12, 5-7.11-13; Lc 13, 22-30

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme.
Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?».
Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”.
Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori.
Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

‘Un tale gli chiese: ‘Sono pochi quelli che si salvano?’. È una domanda circa l’esito definitivo che non di rado attraversa i dialoghi ordinari, e ritorna di tanto in tanto in salotti televisivi frequentati, guarda un po’, da prelati vestiti di rosso. Desta sempre un certo interesse e una mai sopita curiosità. Gesù risponde, ma evidentemente non soddisfa l’interlocutore. Non accontenta la smania di speculare circa i numeri e il futuro. Gesù da un piano teorico riporta il suo interlocutore al presente. Utilizza l’immagine della porta stretta, e poi chiusa, per sollecitare una risposta di fede e di tipo etico da compiersi nell’oggi. Più che almanaccare è importante scegliere, decidersi e farlo in fretta. Non ci scappi il fatto che il dialogo e la risposta sono inquadrati nel viaggio che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme, la città del compimento. Non c’è allora tempo da perdere, è necessario schierarsi. È sorprendente notare come Gesù nella sua risposta concentra il massimo della speranza e dell’apertura (‘verranno da oriente e da occidente e siederanno a mensa nel Regno di Dio’) e il massimo della severità e della drammaticità (‘sforzatevi di entrare… Egli vi risponderà: Non so di dove siete’). Sono come due estremi che si spiegano l’un l’altro. Insistendo esclusivamente sulla drammaticità delle nostre scelte si rischia di cadere nella rigidità, si finisce per angosciare e togliere fiducia, si alimentano immagini di paura, ci si riduce ad una spiritualità terroristica. Parimenti, se ci si concentra solo sull’apertura universalistica e misericordiosa ci si riduce ad un buonismo fuori posto, che non convince nessuno, si toglie peso e responsabilità alle decisioni umane. È evidente che il primato spetta alla misericordia, tuttavia pensata dentro ad un contesto di impegno. Dio prende sul serio l’uomo, è un Dio esigente, e quindi l’uomo è chiamato ad agire da adulto, a rispondere con serietà. Il richiamo evangelico lo trovo provvidenziale per una cultura come la nostra dove sembra che si possa agire da bamboccioni anche  a trenta e a cinquanta anni, tanto ci sarà Qualcuno che sistemerà i nostri pasticci. Occorrerebbe rispolverare una ‘categoria’ biblica che i nostri vecchi conoscevano con la mente e con il cuore, che praticavano anche se non la sapevano spiegare  a parole, ovvero la categoria del ‘timor di Dio’. Quindi non la paura per il suo giudizio, ma la preoccupazione di uscire da un regime di grazia, da una vita buona. Si tratta come di una sana ‘tensione’ verso il bene. La percezione di vivere secondo questo tipo di ‘tensione’ dovrebbe assicurarci un sentimento di discreta serenità. Intendiamoci, senza sentirci per questo arrivati e garantiti, anzi sentendoci nel contempo poveri e peccatori. Poi per quello che sarà… ci rimettiamo ad un Altro, con fiducia.

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La parabola del fare

Domenica 14 luglio 2013

Letture:   Dt 30, 10-14; Sal 18; Col 1, 15-20; Lc 10, 25-37

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».

 

Splendida la parabola del Buon Samaritano. Appartiene solo al Vangelo di Luca. È tutta percorsa dalla tensione. Si noti fin da subito l’insidia del dottore della legge il quale ‘si alzò per metterlo (Gesù) alla prova’. Ed è abbastanza evidente il confronto dialettico tra due mentalità, quella legale e ritualistica da una parte e quella del Vangelo e della misericordia dall’altra. Mi piace fermarmi sui due verbi con i quali viene descritta la reazione del samaritano. ‘Vide’, attiva la vista, guarda. La sua osservazione è esterna e nel contempo interna. Vede con il cuore, coglie il mistero del male e il mistero della vita. Si commuove. Eccolo il secondo verbo: ‘ebbe compassione’. Patisce con, comprende con la mente e con il cuore. Il verbo greco denota ancor più un coinvolgimento profondo: ‘le sue viscere fremettero di misericordia’. Ricordo che un sacerdote cattolico di lingua e cultura araba, conoscitore dell’aramaico che parlava con la madre, mi assicurò che Gesù in aramaico deve aver utilizzato con ogni probabilità un verbo al ‘femminile’, che per noi suona improbabile, ma  anche suggestivo. Ovvero: ‘il suo utero fremette di misericordia’, o se volete il samaritano ‘uterò’! È la reazione fisica, psicologica  spirituale della mamma di fronte al suo bambino, in particolare al figlio che soffre. Prova un fremito di compassione che le prende la pancia. Dio è fatto così: ha viscere di misericordia. Geniale il gesto affettuoso e provocatorio di Papa Francesco. La corona di fiori gettata in mare è come l’olio e il vino versato sulle piaghe dell’uomo incappato nei briganti. Una sorta di parabola contemporanea che non può lasciare inerti. E alcune reazioni politiche ‘piccate’ sono il segnale che la freccia ha raggiunto il bersaglio. Un certo cinismo politico rivela solo durezza di cuore, sensibilità etica egoistica e distorta. Oltre ad una lettura sociale e politica della parabola, si può farne una interpretazione utile per l’interiorità. Voglio dire che dentro di noi c’è un malcapitato, una parte ferita, di cui abbiamo talvolta disgusto, che non riusciamo a perdonare. E così passiamo oltre, con il rischio che essa marcisca  e diventi pericolosa. Con questa zona debole di noi ci comportiamo come il fratello maggiore della parabola del padre misericordioso. Ci impuntiamo stizziti, ci prenderemo a calci, ci rimproveriamo senza posa, ci trattiamo senza misericordia. In fondo il primo prossimo siamo noi stessi. Più ci accogliamo e più saremo capaci di accogliere. Finisco facendo un riferimento al tessuto sociale e comunitario dei nostri paesi, guardando al mondo del volontariato cattolico e non. Constato con piacere vivacità e generosità, che non si scoraggia di fronte alle contraddizioni moderne e alla crisi. È un elemento che incoraggia e fa sperare. Un giorno saremo interrogati, e saremo interrogati sul fare e sulla misericordia.

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Il cammino

Domenica 30 giugno 2013

Letture:   1 Re 19, 16.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

Dal vangelo secondo Luca
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio».
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Dichiaro subito che voglio far mie alcune suggestioni del Cardinal Martini, il quale  a proposito del testo evangelico in questione utilizzava tre chiavi interpretative: il mas (maschio), la mors (morte), il mos (tradizione). ‘Egli (Gesù) prese la ferma decisione di mettersi in cammino’. Così recita il celebre versetto 51 del cap. 9 del Vangelo di Luca. Per sé sarebbe: ‘Gesù fece la faccia dura, fissò la faccia!’. Come a dire che prese la risoluzione del timoniere, in modo irremovibile. Decide di ‘salire’ a Gerusalemme. E da qui in poi allora Luca organizza un lungo viaggio, un viaggio vocazionale, teologico che porterà Gesù a realizzare il suo progetto, a dare la vita. Alle prime battute del suo viaggio, iniziato per obbedienza libera ad una chiamata, Gesù in tre dialoghi vocazionali chiarisce le esigenze della vera vocazione. ‘Le volpi hanno le loro tane… ma il Figlio dell’uomo non ha…’. Si evoca qui simbolicamente il principio del mas, del maschio, della sessualità. Per il discepolo non sono ammessi sotterfugi, ‘tane’, doppie vite. Talvolta gli è chiesto di rinunciare all’esercizio della genialità, non perché vi sia qualcosa di sconveniente e di ‘sporco’, ma per testimoniare il legame di un amore più grande, come nel caso del vergine per il Regno dei cieli. O in ogni caso, l’intimità va coordinata attorno al legame più forte, centrale, che ha la pretesa di essere prioritario, ovvero al legame/relazione con Dio. ‘Lascia che i morti seppelliscano i loro morti’. Ecco qui far capolino la mors, la morte. Gesù non induce ad essere dissacranti nei confronti degli affetti famigliari. Ci spinge invece a non rimanere bloccati dagli incidenti della vita, dai limiti, dal male, da tutti i segni di morte. Bloccati in un lutto senza fine e quasi senza speranza. Il discepolo tende al futuro, lo affronta con speranza, è un araldo della risurrezione. ‘Lascia che mi congedi da quelli di casa’. Ed infine ogni vocazione deve fare i conti con la casa, con il mos, con le tradizioni culturali. Ciò gli domanda di gestirle con rispetto e nel contempo di esserne libero, di andare contro corrente se necessario, di rompere con il galateo e le convenienze. Potrebbe sembrare una istigazione alla trasgressività. Evidentemente qui c’è l’elemento della discontinuità che va letto tuttavia nel quadro della vocazione, della chiamata ad un bene sommo. Come non avvertire in tutto il clima del testo una chiamata alla libertà,  e come non avvertirne il fascino soprattutto per un cuore giovane?

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Promessa di gioia

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo gior­no, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio. (Lc.24, 46-53)

Oggi contempliamo e ci immergiamo di fatto nel mistero dell’Ascensione. È una esperienza che non riguarda solo il Signore Gesù risorto e che noi ammiriamo stupiti. I padri della Chiesa ci insegnano che non solo Gesù è entrato nel futuro di Dio, ma anche noi siamo entrati in questo futuro insieme con lui. Ovvero un pezzetto di umanità si è annidato nel mondo di Dio, e noi essendo agganciati a questo pezzetto siamo misteriosamente già approdati nella casa di Dio. C’è motivo per aprirci alla speranza. Non siamo destinati dopo la morte a cadere in verticale per sfracellarci su rocce laceranti, ma ad essere accolti come figli nella casa della Trinità. Ancora i padri assicurano che la sua ‘partenza’, la sua ascensione (i nostri vecchi parlavano di ‘Asensa’) non vanno intesi come abbandono e lontananza. Così si esprime San Leone Magno Papa: ‘(Il) Verbo pur discendendo dal Padre, non l’aveva mai lasciato, e, pur risalendo al Padre, non si era allontanato dai discepoli’. Oltre alle ‘mediazioni’ classiche attraverso le quali il Risorto ci raggiunge e condivide le nostre vite, ve n’è una ordinaria che non va trascurata. Si tratta delle nostre relazioni. Se noi viviamo relazioni buone, coerenti con il Vangelo, animate dalla fede, queste relazioni divengono canali che consentono al Risorto di agire, di incontrarci, di esserci compagno di strada. Osservate cosa sta accadendo con papa Francesco. I suoi gesti verbali e non verbali, come la richiesta di preghiera per sé e il bacio per gli ultimi, hanno creato un’onda di commozione  e di fiducia. Non credo si tratti solo di effetto mediatico ed emotivo. Papa Bergoglio è un uomo  e un credente che vivendo in autenticità e semplicità il Vangelo diviene mediazione del Risorto. Quando la mediazione è pulita  e senza disturbi, noi veniamo raggiunti dalla presenza del Risorto e non possiamo non provare consolazione e gioia. Concludo con un riferimento al Gesù raccontato da Giovanni durante la cena di addio. Egli assicura ai suoi discepoli che la tristezza per il distacco si muterà in gioia. È una promessa che vale già ora, per l’oggi. Com’è vero che le prove, gli affanni, le tristezze possono sciogliersi in gioia. Processo che non si verifica automaticamente o per effetto di qualche preghierina. Non va confuso con la raccomandazione di stringere i denti perché tanto prima o poi il tempo farà il suo corso e tornerà il sereno. È la stessa tristezza che paradossalmente potrà generare gioia se diviene la scuola dove noi impariamo a fidarci e ad affidarci a Colui che della gioia è il datore.
(Commento al Vangelo pubblicato su Le Voci – settimanale delle parrocchie di Villotta-Basedo, Fagnigola, Chions).

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The last temptation

Ricordo che quand’ero prete da pochissimo andammo con un gruppetto, tra cui c’era un secondo confratello, a vederci ‘L’ultima tentazione di Cristo’ di Martin Scorsese al cinema Verdi di Pordenone. La pellicola era ispirata ad un romanzo omonimo di uno scrittore greco. Fu una delusione amara. Provai un disagio misto a stizza nell’ascoltare gli sghignazzi della platea mentre il film indugiava su simboli grotteschi e pacchiani, e sulle immancabili scene erotiche della Maddalena che ‘si faceva Gesù’ dentro ad una specie di chalet austriaco immerso in un campo fiorito. Ciò che mi ha disturbato di più fu l’ermeneutica dell’ultima tentazione. Giustamente veniva collocata sulla croce. Era la croce, ma in chiave sessuale. Che tristezza! Non dico questo con animo da finto casto e puritano. La vicenda di Gesù veniva interpretata con una banalità e demenzialità olimpioniche. Sulla croce Gesù ha sofferto certamente la tentazione dell’uomo, dell’Adam, di Israele, della Chiesa, dell’umanità di ieri, di oggi e di sempre. La tentazione di usare la violenza, di ridurre il tutto ad esercizio di forza politica, di prendere la via breve della magia. Di saltare, in altre parole, la regola, il metodo e la sostanza dell’amore. Gesù ha superato la prova scegliendo la fedeltà e il dono di sé. Approccio strampalato quello dello Scorsese che ha obbedito alle sue fantasie più che alla storia e alla teologia. Altri, non solo il suo, vanno ad allungare la lista degli approcci improbabili alla tentazione, degli atteggiamenti non costruttivi per affrontarla. Esiste un approccio allegro ed ingenuo, eccessivamente smaliziato della serie: ‘Tanto lo fanno tutti!’. Ci permettiamo di vedere, di frequentare, di fare tutto pensando da superficiali che saremo esenti da contraccolpi. Oppure di converso, talvolta spunta un approccio angosciato e terrorizzato in chi trasforma le cose in tentazione e la tentazione in peccato. Esiste infine un approccio intelligente, di quanti riescono a trasformare la tentazione in una feconda Quaresima. Qui l’ora della prova diviene l’ora di Dio. La crisi vista così è provvidenziale, salutare perché costringe a prendersi in mano, a metterci di fronte a Dio, a piegare le ginocchia davanti a Lui, ad arrivare a delle decisioni con libertà, a crescere, a centrare la nostra verità e vocazione… da non confondere con i due minuti di eccitazione partoriti da una creatività contorta e sbracata. Il pericolo non sta nell’ultima tentazione, ma nel perdere l’appuntamento con la tentazione o peggio ancora quand’essa è l’ultima opportunità mancata. Lì Dio ci fa visita e si compie il nostro mistero.

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Il terapeuta pic indolor?

È impressionante come Marco metta da subito in campo con insistenza ed energia il Gesù terapeuta. Evidentemente non il supermago dell’Oriente o una sorta di sbaragliatore titanico ed invincibile dei mali che affliggono l’uomo, ma Colui che guarisce, che consola, che si impegna di fronte a ciò che umilia e addolora senza tentennamenti, ma anche senza scorciatoie facili. Si è preso cura delle carni per segnalare che Dio si stava prendendo cura di tutto l’uomo, ad iniziare dal suo organo centrale, dal cuore come luogo del suo io, dei sentimenti, della libertà. La guarigione che abbiamo in mente è quella che domanda un lungo, paziente, fiducioso, diuturno processo che copre di fatto l’arco di una intera vita. Ci sono due forme di guarigione che qui mi piacerebbe evidenziare. Ecco la prima: l’indignazione. Sembrerà paradossale e strampalato, e tuttavia sono convinto che sia via intelligente e sanante. L’indignazione e la protesta sono uno dei primi passi da suggerire. E’sorprendente e persino scandaloso pensare che lamenti, imprecazioni, proteste coprono innumerevoli pagine bibliche. È sufficiente evocare i salmi o il libro di Giobbe. medicina-1 La rabbia, la pena, la ribellione, l’angoscia che il male genera sono materiale che può essere portato di fronte alla croce, nella relazione di fede. Si avvia così una lotta spirituale, credente, non semplicemente un arrovellarsi psicologico e depressivo. Ed è già preghiera, ricerca, guarigione appunto. Una seconda via liberatoria è la guarigione della memoria. Esiste un meccanismo di guarigione apparente e piuttosto comune: la rimozione, ovvero il nostro banale  e praticatissimo: ‘Basta non pensarci!’. Una drammatica illusione, o un equivoco che a lungo andare può costarci caro. Il materiale infetto, come una discarica abusiva, se viene allontanato e quindi accumulato ammala il cuore, produce un ‘percolato’ che fa sentire strani miasmi. Ovvio, il passato con le sue ferite non può essere cancellato, ciò che è stato è stato. In ogni caso possiamo accoglierlo, ridargli senso, integrarlo e alla fine guarirlo. Splendida figura quella di Santa Bakhita, tatuata in modo bestiale, e pensare che il suo nome significa ‘Fortunata’, eppure capace di trasfigurare le cicatrici permanenti da umiliazioni in motivo di gratitudine e di gioia. Potente farmaco di guarigione quello della fede, a riprova che il taumaturgo è ancora al lavoro.

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Abbasso i preti che fanno politica!

‘Abbasso i preti che fanno politica e a tutti i cattocomunisti!’: così si sente mormorare o dichiarare ad alta voce anche nei nostri ambienti pastoralnazionali. Può esserci del vero. Infatti ci sono in circolazione cert’uni che trasformano le omelie in proclami elettorali o in programmi amministrativi. Non mancano poi, macchiette antiche e nuove, coloro che distribuiscono i fatidici ‘santini’ sopra la scrivania delle canoniche o spudoratamente al mercato paesano. In ogni caso, se togliamo l’anima politica e sociale al Vangelo, nella sua accezione alta e nobile, noi sfiguriamo il Vangelo stesso, lo deformiamo, lo riduciamo ad esercizio di pietà intimistica. La pagina della moltiplicazione dei pani e dei pesci è incontrovertibile. E’ testo di riferimento essenziale che assieme ad altri capitoli biblici rivela il pensiero sociale di Dio, la sua visione della città degli uomini. Lui domanda ai suoi figli, educandoli effettivamente e simbolicamente, la fraternità e la condivisione. Ieri, mentre consumavo la mia frugale cena serale, non per mancanza di cibo, ma forse per smanie dietologiche, sono sobbalzato sulla sedia disgustato ed incredulo. Il noto TG1 dopo 13 minuti di cronaca passa con sgradevole nonchalance al gossip estivo. Possibile!?! A ricordare l’urlo dei disperati nel corno d’Africa rimane solo il nostro Papa all’angelus domenicale? Ingioiellato alla bavarese via, come taluni sogghignano, ma tuttavia coerente e preoccupato. Dov’è finito il cattolicesimo sociale di inizio ‘900? E’ rimasto materiale per cultori delle foto in bianco e nero e per qualche appassionato di storia locale? ‘Voi preti occupatevi delle anime delle vecchiette, vicine alla meta finale! Lasciate che la politica la facciamo noi, maschi!’: bordata ricevuta a ripetizione da un amico, rappresentativa però di tutto un umore da retrobottega della nostra società e anche dei nostri ambienti parrocchiali. E chi sono i preti? Forse un terzo genere, neutro e asessuato, collocato tra femmine (o meglio vecchiette) e maschi? E che cos’è il Vangelo? Forse camomilla per vecchietti e donnine confuse?

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Partendo da Buddha

Bali-BuddhaOggi mi sono imbattuto in alcune immagini di Buddha selezionate da Google. Ricordo con lucidità la guida, preparata e puntuale, di un mio recente viaggio in India. Ci aveva fatto notare che il ritratto reale e originale di questo famosissimo riformatore dell’induismo era quello di un uomo sottile, asciutto, nemmeno lontano parente di certe rappresentazioni grassottelle del famoso ‘illuminato’. Il Buddha obeso quindi era merce per i turisti, per l’immaginario religioso di quanti amano un sacro opulento, fecondo, extralarge. Esiste allora un Buddha iconografico falso, turistico, superficiale, stereotipato. Sono del parere che il cattolico medio si porta in testa un sacco  e una sporta di stereotipi, di idee distorte e superficiali. Roba per turisti del sacro appunto, non per cercatori veraci. Uno di questi stereotipi è quello sull’umiltà che nulla ha a che fare con l’umiltà biblica. Qualcosa insomma di sgradevole, a meno che uno non ami le tinte grigiastre. Uno stato dell’anima che rimanda a sottomissione, a timore, a timidezza cronica e antipatica. Oppure ad una sorta di assenza di turbamento e di desiderio dell’anima che si esprime con un sorrisino innaturale sulle labbra, come certi Gesù oleografici così tanto popolari, a conferma dello stereotipo di cui parlavamo. Proviamo a guardare dritto in faccia Lui, il Gesù  storico al di là del fatto che si sia o meno credenti. Interessante leggere con attenzione il capitolo 11 di Matteo. Egli esalta i piccoli e gli umili di cuore. Lui stesso indirettamente si presenta come il piccolo e l’umile per eccellenza. Tuttavia non c’è ombra di incoraggiamento al servilismo, alla pusillanimità, alla remissività, al silenzio tipico dell’ultimo della fila. Non loda l’ignoranza e l’imbranataggine. Direi che non predica una calma surreale più vicina al Buddha orientale, dal quale siamo partiti, che hai suoi reali stati d’animo. La sua non è un’umiltà edulcorata, inalterata, eccessivamente beata ed angelica. Immediatamente prima delle sue battute sull’umiltà ci sono delle sferzate violente e spietate sulle città arroganti e quasi inconvertibili, la sua condanna quasi senza appello portata senza freno. E allora dov’è la sua bontà e umiltà? L’umiltà biblica allora è esercizio di un cuore intraprendente, libero, coraggioso e appassionato. E’ il Figlio che decide di obbedire al progetto del Padre, alla verità. E’ colui che mette al centro non il suo ombelico, ma la saggezza, la Torah, il mistero della vita. Questa è umiltà, l’essere relativi ad un Altro, o almeno al bene, a ciò che è giusto e che merita di essere scelto. Una calma troppo eroica, o una mitezza che non conosce  fremito dovrebbe insospettirci, altro che essere considerata virtù dell’uomo senza peccato originale. Prima o poi la falsa modestia, l’umiltà insincera viene allo scoperto. Il teatrino non regge e magari ci si scopre risentiti, smaniosi, scontenti, ambiziosi. Oppure ci conduce a svilirci, ad inaridirci per congelamento di energie. Forse a stufarci d’essere umili con modalità da repertorio nostrano, ma lontane dal fascino e dalla bellezza dell’essere autenticamente poveri  e piccoli. Ricordo quando ero in piena crisi narcisistica, respingevo con gentilezza al mittente ogni genere di complimento, interpretavo la parte dell’umile, ma segretamente godevo perché mi beccavo altri 5 punti nel sentir bisbigliare: ‘Caspita, che uomo, che prete! Tutto per gli altri, dimentico di sé!’. Capirai! L’umile ha la libertà di lasciarsi amare, anche e soprattutto quanto l’affetto viene gratuitamente al di là dei propri meriti. L’umile gioisce se viene riconosciuta la sua coerenza con il bene. Gli piace che l’attrazione per il bene sia stimata, dimostrando di non girovagare per elemosinare gratificazione in modo sottile, ma di essere contento d’aver fatto un servizio alla verità, che lui ama e alla quale fa la corte… da intraprendente!

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