La tenebra della tempesta contiene una vocazione

Appunti per il dopo-epidemia nell’ambito comunitario e associativo.

L’arrivo del mostriciattolo killer, battezzato Covid 19, invisibile e vigliacco, da problematica geolocalizzata – Cina e poco più – si è rivelato dramma pandemico. Rapidissimo nei suoi movimentie contagi, ci ha rifilato un gancio micidiale allo stomaco destabilizzandoci, seminando angoscia e paura, con la sensazione conseguente di perdita di controllo pressoché totale… Tutti sono ben informati sugli esiti di lutto e dolore, privazione di libertà, e – non da ultimo – povertà economica. L’esperienza del lockdown, con lo strascico di implicazioni, disagi, restrizioni e – per alcuni fortunati – inattesi spazi di libertà, ha funzionato come un incubatore carico di sentimenti, riflessioni sapienziali, interrogativi. Nello scenario evocato, di tipo “tempestoso” – giusto per stare alla metafora biblica di Papa Francesco – colloco alcune considerazioni di tipo comunitario-associativo, senza la pretesa di esaustività e un ordine di priorità preciso. Non troverete nulla di straordinariamente originale, se non in parte, e purtuttavia contengono – per il fatto di essere elaborate e segnalate dal basso e nel contempo da illustri intellettuali – una quota di verità che le rende, almeno ai miei occhi, intriganti, vere e aperte ad ulteriori sviluppi.

Il primo elemento, condiviso in termini trasversali, è la percezione di una radicale vulnerabilità: non siamo divinità inattaccabili, ma dei poveracci, deboli e ahimè mortali. Si tratta di una evidenza che nella vita esperita, vissuta nella sua ferialità, rimuoviamo. Già nel 2008 Céline Lafontaine, una sociologa canadese, pubblicava una ricerca dal titolo emblematico: “La société post-mortelle”, che ha fatto una certa scuola intorno a sé. Secondo la ricercatrice, l’uomo occidentale, super tecnologizzato, pensava (e pensa) di aver superato le barriere del limite, di poter porre ogni frammento della natura sotto il dominio della scienza… in una operazione culturale e sociale che mirava a far scomparire ogni traccia e odore di morte. La convinzione è apparsa – se ve ne era bisogno – tremendamente illusoria. Il refrain “Andrà tutto bene!” contiene una necessità umanissima, una sacrosanta verità da riconoscere e rispettare, in ogni caso simultaneamente segnala la fatica di saper integrare sapientemente la parte fragile della vita. Davanti al male, alle catastrofi, alla sofferenza si reagisce e si lotta – giustamente e spesso esclusivamente – con gli strumenti della scienza e della tecnica, cedendo il passo alla fine, in caso di loro fallimento, allo scoramento desolato. Nessuno ama il dolore, la sofferenza, il limite… la morte: cose tutte da non augurare nemmeno al peggior nemico. E ancor prima di noi, Dio stesso non le desidera affatto. Egli ha creato ogni cosa per l’esistenza e senza veleni mortiferi (cfr. Sap 1,13-15). Ora, lungi da noi l’intenzione di approfittare delle disgrazie o di recitare la parte dell’uccellaccio del malaugurio appollaiato al capezzale dell’umanità malata. Tuttavia ci si potrebbe chiedere come trasformare un sentimento di impotenza in un luogo di ricerca spirituale sul senso, sulla verità, sul Mistero. La tenebra della “tempesta”, la prova, gli infortuni della vita contengono una vocazione che attende di essere decodificata, una porzione di grazia che domanda di emergere. Sono un terreno per gettare semi di Vangelo, o – se si preferisce – un terreno che contiene già grani di vita divina generativi. La debolezza – dato biblico incontro-vertibile – può così essere svelenita, costituire un passaggio evolutivo e fecondo, essere interpretata come una soglia di fede, venir integrata in una logica formativa e missionaria (cfr. 2Cor 12,5-10).

Il distanziamento forzato ha fatto erompere, talvolta nel grido urlato, più spesso tra lacrime e gemiti struggenti, un bisogno di relazione potente, verticale – o almeno interiore con la propria anima – e orizzontale, verso l’Altro e verso gli altri. Non solo, si è quasi celebrata una sofferta epifania, un disvelamento, ovvero l’uomo si è denudato nella sua verità di essere dialogico, di straordinaria grandezza e bellezza, concepito per la relazione – anzi – relazione vera e propria. Gli uomini e le donne sono per struttura creature relazionali, desiderosi di aperture e incontri… non possono far a meno di essere amati e di amare. Si è toccato perciò con mano un principio e fondamento antropologico, biblico, sperimentabile direttamente. A tal proposito, l’attivazione delle reti associative, da Sud a Nord, corale e generosa, creativa e coraggiosa, non si è fatta attendere. Va riconosciuto all’AC di aver premurosamente ed intelligentemente interpretato il compito di tutore sociale e di animatore ecclesiale, liberando risorse di solidarietà e di vicinanza nei luoghi della cura, nei servizi, nell’economia, negli ambiti della politica, nella pastorale… nell’ordinarietà. Le narrazioni commoventi di verace fraternità, di attenzione agli ultimi, di condivisione di beni relazionali segnalano una vitalità promettente – certamente non improvvisata e frutto di lunga e perseverante formazione – di cui essere riconoscenti, senza per questa ragione pretendere applausi o targhe al merito. La lezione da apprendere è che la carità relazionale, pastorale, ecclesiale non va intesa in termini riduttivi, quasi fosse un preambolo all’annuncio del Vangelo o una faccenda che riguarda le borse spesa della Caritas diocesana e parrocchiale. La fraternità è esercizio del Vangelo, modalità centrale di annuncio del Dio della misericordia… Chiesa tout court. Se così non fosse, sfigureremmo il volto della Chiesa, di nostra madre, la renderemmo una bottega di servizi religiosi a buon mercato, la declasseremmo ad ONG utile per la propaganda. I prossimi piani pastorali non potranno ignorare l’obiettivo dato dal canto salmico: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133,1).

Un ulteriore aspetto che mi preme evidenziare, e che ripiglia un passaggio appena accennato, è l’utilizzo del web per comunicare, confrontarsi e dibattere, formarsi, trasmettere celebrazioni in streaming, pregare. Concordo con i giudizi equilibrati e autorevoli, con delle punte critiche legittime, formulati a proposito dell’attività associativa ed ecclesiale smart. Ad ogni modo, vorrei invitare ad approcciare i new media, la information technology, i social… con il paradigma umanistico. Mi spiego. Normalmente, e correttamente, si ha un approccio con i media tecnocentrato, li consideriamo devices, strumentazioni, canali operativi con una serie di enormi potenzialità e di inquietanti lati problematici. Potremmo, senza abbandona re il paradigma tecnologico, inserirne uno di tipo umanistico, concependo i media come estensioni, prolungamenti, proiezioni dell’uomo, insomma i media siamo noi. Di sicuro avremo un approccio meno difensivo, maggiormente intraprendente e responsabilizzante. È vero, la relazione sarà mediata, non avverrà in presenza, e nondimeno sarà relazione caricabile di bellezza, di fraternità, di verità, di Vangelo. Il futuro, che lo si voglia o meno, sarà sempre più “misto” – onlife – per utilizzare la celebre espressione di Luciano Floridi, e perciò perché attardarsi in battaglie perse? Il contatto diretto, la fisicità, la corporeità, la relazione face to face si difenderà da sé. Ciò che piuttosto non va abbandonato, ma abitato, frequentato con intelligenza e caricato di bellezza è lo spazio della rete. Perché non immaginare il web popolato di cittadini digitali che si scambiano una Parola di verità? Impreteribile, ovvero prioritario e fondante, per non svuotare di luce il discernimento e procedere alla cieca – da volontaristi presuntuosi –, sarà stringere nuovamente una alleanza con lo Spirito del Risorto. Un deficit “spirituale”, una decurtazione dello Spirito, ci condannerebbe ad un neopelagianesimo inconcludente e autocentrato. Vie, metodi, letteratura, strumenti, buone prassi non mancano per riaffiatarsi con lo Spirito – rimanendo in guardia da attese magiche e automatiche – per respirare con il “Respiro” di Dio, a prova di Covid.

Don Fabrizio de Toni – Assistente nazionale Settore Adulti di AC e del MLAC

Approfondimento pubblicato nel sussidio “Servire e dare la propria vita – Linee programmatiche 2020-2021” dell’Azione Cattolica della diocesi di Padova.

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Abitare il tempo sospeso – Ep.5 Imprevisto

Abitare il tempo sospeso. Il settore adulti della diocesi di Cassano Jonio riflette sui temi della guida per l’anno associativo 2019-2020. Il quinto incontro virtuale è a cura di Annarita Aversa e Federica Grisolia, membri di equipe diocesane, e ha per tema l’ “Imprevisto”. Una lettura diversa e “straordinaria” in un periodo poco ordinario.

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Ci prendiamo cura del nostro cuore?

Il titolo evoca un celebre romanzo che portò Susanna Tamaro alla celebrità: Va’ dove ti porta il cuore (1994). È proprio così intelligente l’invito? Apriamo il cancello allegramente a istinti e desideri? Li sguinzagliamo inviandoli in libera uscita? Il cuore certamente ha i suoi diritti sacrosanti e perciò – ci chiediamo – le sue ragioni innate vanno accettate tali e quali si presentano? Siamo proprio sicuri che la coscienza sia inossidabile e infallibile? Ritengo che la coscienza, e dentro a essa la coscienza credente, abbisogna di cura, accompagnamento, educazione, esperienza… perdono e ripartenza.

La sapienza della Chiesa, la letteratura teologica e le biografie personali ci insegnano che la coscienza è un organismo vivente che va maneggiato con cautela, onorato e formato. Diversamente – lasciato a sé stesso – può cadere vittima della sclerocardia, segnalata ripetutamente dalla corrente profetica e dallo stesso Gesù come malattia del cuore indurito e presuntuoso, incapace di aprirsi alla fede (cfr. Mc 8,14-21; Lc 24,25). L’arroganza e l’autoreferenzialità non bloccano qualsiasi tentativo di introdurre la coscienza in un percorso di crescita? Mi intriga un’immagine – la rubo da un manuale di morale fondamentale curato da Cataldo Zuccaro (Teologia Morale Fondamentale – Queriniana) elaborandola liberamente – la quale descrive la coscienza come un “territorio”. Trattasi di un pascolo nel quale bruca e sosta il gregge (la dignità personale e i beni preziosi dell’anima) sorvegliato da un cane pastore. Quando si avvicina qualcosa o qualcuno al perimetro del territorio il cane si rizza in piedi, annusa, si muove… discerne e decide il da farsi. Se il nostro amico a quattro zampe non è ben addestrato che accade? Quindi impegnarsi in una azione educativa non ha nulla a che vedere con la coartazione della coscienza, quasi fosse un attentato alla libertà e spontaneità. Anzi, è un investimento per la costruzione di un uomo libero e responsabile, fatto per scegliere ciò che è buono, vero e bello, destinato alla felicità. Una seconda immagine la prendo in prestito – anche qui concedendomi ampi spazi di reinterpretazione dalla trilogia di P. Amedeo Cencini sui sensi (Abbiamo perso i sensi, Dall’aurora io ti cerco, I passi del discernere – SanPaolo), quali recettori che ci consentono di conoscere, di discernere e di agire sulla realtà. La coscienza è raffrontabile o identificabile con la sensibilità credente. Essa, prima ancora del che cosa è buono e che cosa non lo è evangelicamente parlando, abilita a chiedersi che cosa Dio desidera di buono da me, esce insomma dalla autoreferenzialità, si «rizza in piedi per fiutare l’aria o scrutare l’orizzonte» pronta per l’incontro con l’Altro.

DIFFERENTI SONO LE SENSIBILITÀ

Ora, nella sensibilità credente, sono implicate differenti sensibilità che vi afferiscono con le loro spinte e richieste. Vi troviamo la sensibilità relazionale, affettiva, vocazionale, estetica, etica… La sensibilità credente può governarle quale elemento mediatore e di sintesi. L’uomo, dunque, non è spezzettabile e, nelle sue valutazioni e decisioni, agisce come un tutt’uno, investendo sé stesso nella sua globalità, mobilitando ragione e volontà, sensi e inconscio. La sensibilità credente – in altre parole – sta al cuore, o meglio è il cuore, perché crocevia della complessità e del mistero dell’uomo, unificatrice delle diverse sensibilità e dimensioni in un equilibrio dinamico, luogo dove alla fine si discerne e si operano delle scelte. Si tenga presente, in aggiunta, che la sensibilità evoca attrazione, desiderio, reattività, energia, gusto ovvero una dotazione formidabile affidata all’intelligenza e alla libertà umana, alla coscienza, in ordine al bene e alla gioia, all’amore… a Dio. «Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te (Sant’Agostino, Le Confessioni, I,1,1). Inquietudini e sensibilità – ecco il punto decisivo – andranno evangelizzate, bonificate, orientate e formate in base a una legge antropologica e spirituale che recita: «Ciò che non viene formato si de-forma» appunto, perché è materiale sensibile. L’attrezzatura “sensoriale” possiede una sua finalizzazione, ci è consegnata per scegliere il bene, per fare la volontà santa e buona di Dio, per costruire la nostra identità, per immettere senso nella storia umana, tuttavia non vi sono meccanismi automatici, predeterminati. Detto diversamente, la verità e la bellezza esercitano il loro fascino, ma non sono le sole a porsi tra i “cibi” appetibili. Si annoverano tra essi, infatti, anche attrazioni false, pessime, cattive, corrosive, brutte che seducono e che, una volta accontentate, lasciano una soddisfazione amara e triste, disperata e insaziabile.

COME STA DI SALUTE LA COSCIENZA?

Perciò oltre all’esame di coscienza, o se si vuole all’inizio dell’esame di coscienza, come suo primo passo necessario, ci si dovrebbe chiedere come sta di salute la coscienza (dall’esame di coscienza all’esame della coscienza). Non si consideri tale lavoro spirituale come una auto-tortura, uno stillicidio degno di pratiche oscurantiste e nemiche dell’uomo, al contrario l’intento è di favorire una formazione permanente della coscienza, una ecografia possibilmente da eseguire con l’accompagnamento di un fratello maggiore nella fede, un itinerario di guarigione e di liberazione senza posa che termini con il nostro ultimo respiro, quando la formazione si completerà nella trasfigurazione permanente. E sarà festa!

In chiusura, richiamiamo un atteggiamento interiore da tenere ben allenato e una pratica virtuosa: la vigilanza. Come detto, le diverse sensibilità ribollono nel cuore, lo attraversano, emergono alla coscienza come moti dell’anima, quali emozioni da decodificare. Stare vigili e desti, come i servi della parabola (cfr. Mt 24,42-44), ci dovrebbe indurre a interrogare l’emozione/ sensazione in presa diretta: «Tu da dove vieni? Di chi sei figlia? Cosa stai dicendo di me? Quale vangelo mi porti?». Inoltre, le esperienze della vita, a iniziare da quelle critiche e traumatizzanti, arrivano con il loro carico di sfide e sollecitazioni che impattano sul cuore. Anestetizzare la sensibilità credente, concedersi a una nanna spirituale, distrarsi potrebbe avere un prezzo elevato da pagare. Che cosa preferire, il rischio dovuto alla superficialità e pigrizia del cuore, o quello che proviene dalla responsabilità e dalla idealità? La Lectio divina. La riproponiamo in questa sede perché essa rivela l’essenza dell’identità, assieme a infinite varianti della medesima verità, fornisce dei materiali indispensabili per l’esercizio della vigilanza, e mette in mostra ciò che è sommamente attraente, scuotendo da torpori e attrazioni fasulle. Parafrasando sant’Ireneo si potrebbe affermare: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, grazie alla formazione (del cuore) permanente!».

Don Fabrizio De Toni

(assistente settore Adulti Ac e assistente Mlac)

Articolo pubblicato nella Rivista “Segno nel mondo” n. 2/2020

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Lavorato bene!

Nel mondo anglosassone per una attività o un lavoro portato a termine con successo si utilizza popolarmente l’espressione “Well done” (ben fatto), oppure “Good Job” (buon lavoro). Ecco, mi piace pensare divertito, ma con l’intenzione di dire qualcosa di sacrosanto, che Dio al termine delle sue giornate lavorative si sia stupito esclamando tra sé: «Good job, dear God. Well done!» (bravo, proprio bravo caro Dio! Un bel lavoro!) (cfr. Gen 1). Immaginiamoci quando da esperto vasaio e artista si è congratulato per il suo “lavoro” migliore, ovvero l’uomo, si sarà detto: «Very, very good job» (troppo forte il tuo lavoro, splendido!) (cfr. Gen 1,31). Se con un salto gigantesco, compiendo capriole e avvitamenti, atterriamo all’ultimo libro biblico incontriamo nuovamente Dio alle prese con il lavoro, e precisamente con la costruzione della santa città, di Gerusalemme, bella come una sposa (cfr. Ap 21). «E Colui (Dio) che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Le hai fatte proprio bene! Bravo! Well done! E se osserviamo il punto di congiunzione delle due arcate, tra il lavoro dell’Antico Testamento e quello del Nuovo Testamento, ci imbattiamo nel mistero della Pasqua, l’intervento o il lavoro per eccellenza: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!» (Sal 117,24), ci ha liberati infatti dalla “bestia” della morte. Papa Francesco il giorno di Pasqua ha consegnato una lettera commovente ai lavoratori dei Movimenti Popolari: «venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento…», definendoli «poeti sociali». Che meraviglia! Non si dimentichi che poeta significa etimologicamente colui che “fa”, che crea, che inventa, che lavora a immagine e somiglianza del lavoratore divino. Li ha lodati, Papa Francesco, per le loro «creazioni dignitose». Well done, cari amici! Se l’è presa Bergoglio con uno stato e un mercato asserviti al paradigma tecnocratico che tutto usa e manipola, compreso il lavoro umano di cui non si ha rispetto. Viene raccolta allora la rabbia e il sentimento di impotenza dei piccoli della terra. «Voi siete un insegnamento per me», impressionante! Il magistero che colloca i poveri sullo scranno del magistero. Il Papa procede immediato, libero, con franchezza. Le sue sono parole autorevoli, lame a doppio taglio, possiedono il timbro dei profeti e la saggezza evangelica. Potenza di una comunicazione semplice, ma non semplicistica, semmai essenziale e in grado di parlare alla cultura dell’uomo contemporaneo alle prese con le sue autosufficienze, egoismi personali e nazionali e le sue debolezze ed impotenze, come farebbe l’uomo di Dio, afferrato dalla Verità, mosso dallo Spirito… l’uomo di fede. Good job, Papa Francesco. Te la sei cavata alla grande! Un genere letterario esistenziale, destrutturato, informale… poetico, appassionato del bene e perciò inventivo e creativo anche nella forma comunicativa. Forma, la quale per noi equivale a contenuto, che possiede un rivestimento e trova qualcuno abile nell’esprimerlo. L’obiettivo – del lavoro di annuncio di Papa Francesco – il sogno, il desiderio è di costruire uno sviluppo umano integrale, nel quale siano garantite le tre “T”: Tierra, Techo y Trabajo (terra, tetto e lavoro). Collegato proprio al lavoro, ha proposto una retribuzione universale, che nulla ha a che vedere con il reddito di cittadinanza o di inclusione, o meglio li supera, sta oltre, esortando a riconoscere ciò che l’uomo opera, ciò che fa, il suo lavoro, per quanto modesto e umile possa apparire. Lo scossone pandemico rende lucido, lucidissimo, il discernimento di Francesco. Good job! Anzi, very good job!

Don Fabrizio De Toni

Articolo pubblicato nella Newsletter Mlac del 20aprile 2020 consultabile all’indirizzo: https://www.mlac.azionecattolica.it/newsletter-mlac-20-aprile-2020

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Fitte tenebre

Papa Francesco venerdì 27 marzo, dalla sommità del sagrato della Basilica di San Pietro, prende la parola. Davanti al suo profilo bianco si distende uno spazio deserto e immerso nel silenzio, deputato a raccogliere idealmente il grido e le lacrime dell’umanità. In una preghiera di intercessione struggente chiede che la mano di Dio fermi il flagello della pandemia. Come si potevano trattenere commozione e lacrime, copiose come quelle della pioggia che colpiva il selciato, cadeva sulle spalle di Francesco, e rigava il crocifisso di San Marcello al Corso? La meditazione proposta prendeva le mosse dal racconto della tempesta sedata secondo la versione di Marco, altamente ed immediatamente evocativo della drammatica burrasca virale in corso: «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade, città». Riprendendo con calma tra le mani il testo papale nella sua interezza, spunta il desiderio di contemplare la scena evangelica secondo le riproposizioni iconografiche più celebri. “Cristo nella tempesta sul mare di Galilea” (1633) di Rembrandt fa al caso nostro. Il cielo è ormai coperto da nubi minacciose, il vento scatena la sua furia, quando una gigantesca e spaventosa onda sferza con violenza la prua della barca facendola impennare. E’ il panico! Rembrandt carica l’onda di luce assoluta, quasi fosse folgore che picchia sulla povera barca e fende le tenebre della notte gettando i discepoli nello smarrimento. Attorno a Gesù, da poco destato dal sonno, vengono raffigurati i differenti volti della paura e dell’impotenza. Vi è chi reagisce, i più giovani, con rabbia e vigore muscolare per tenere a bada le corde e le vele, chi vomita per lo stordimento. Si notano le espressioni dell’angoscia, del terrore, dello sfinimento ed abbattimento. Tra i più vicini al Maestro un primo sembra scuoterlo con un gesto di rimprovero, un secondo piega le ginocchia implorando e un terzo già lo contempla come Signore delle forze oscure della natura. Cristo appare determinato a placare innanzitutto la tempesta dei cuori, poi si occuperà del vento. La barca nel bel mezzo dell’agitazione delle acque si rivela una potente metafora dei tempi di crisi, dello sconquasso sanitario, relazionale, economico, educativo del “covid”, virus silenzioso e vigliacco nella sua invisibilità. Il sonno del Signore Gesù assomiglia al sonno di Adamo dal cui fianco è stata tolta Eva, e al sonno di quando si consegnerà sulla croce reclinando il capo e gli sarà aperto il fianco da cui nascerà la Chiesa, ovvero a sonno fecondo e generativo di speranza. Francesco, anch’egli nella barca con la truppa angosciata e disperata, scruta e discerne. Snodando la sua meditazione, si sofferma sulla grazia della prova, la quale può essere trasformata in un tempo di sveglia da illusioni e anestesie, di riscoperta dei legami comuni e fraterni, di scelte buone. Il suo sguardo di fede dalla concretezza del cuore scivola sulla concretezza della vita ordinaria, passando in rassegna una sequenza minuziosa di condizioni lavorative ed educative animate dalla fantasia e dalla generosità dello Spirito. Enumera: «medici, infermiere e infermieri, addetti ai supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti altri […] padri, madri, nonni e nonne, insegnanti […] persone (che) pregano, offrono, intercedono». In un intreccio sapiente e doloroso di lavoro spirituale e materiale possiamo superare la notte e anticipare già ora la nuova imbarcazione, la riprogrammata rotta, e l’assetto inedito con i quali proseguire la navigazione. Tanti auguri cara umanità!

Don Fabrizio De Toni Assistente Nazionale Mlac

Articolo pubblicato sulla Newsletter – MLAC del 30/03/2020

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Virus e antivirus al lavoro!

Il virus lavora in modo subdolo e sporco. Blocca come sabbia sottile e asciutta i meccanismi respiratori, sociali, economici, ecclesiali… inesorabile e ad h24. Chi ci libererà da questo male occulto? Si ha come la percezione di trovarsi di fronte ad una tenebra ondeggiante ed invisibile che inquieta e ferisce. Tuttavia, in uno scenario di desertificazione esteriore e di tristezza interiore possiamo scrutare con occhio sapiente e credente… per scorgere che anche Dio è al lavoro. Egli non desidera la morte e la sofferenza dei suoi figli, ed ha pensato tutto per l’esistenza (cfr Sap 1,13-14). Ed ora sostiene assicurando energia a quanti lavorano negli ospedali e nei presidi medici da operatori della salute, incoraggiandoli e muovendoli alla compassione; custodisce nella responsabilità e nella reattiva compostezza coloro che si dedicano ai servizi essenziali dell’alimentazione, dell’energia, della sicurezza, del trasporto. Il morbo pandemico lo stiamo arginando, combattendo, affrontando nel mobilitare le migliori risorse politiche, scientifiche, professionali. Alle severe e necessarie restrizioni alle libertà individuai e collettive stiamo rispondendo in modo intelligente prendendoci cura della nostra salute e di quella altrui ad iniziare dal rispetto delle lontananze spaziali. Vi è abbondanza di materiale e di motivi per intonare un salmo di gratitudine e di lode poiché non siamo lasciati a noi stessi e alla nostra impotenza. Inoltre, ad uno sguardo di fede, non sfugge che lo Spirito di Dio sta armeggiando per trasformare questo tempo in un’opera formativa: c’è molto da apprendere per umanizzarci e ritrovare il senso del vivere. Possiamo riprendere contatto con la nostra finitudine smettendola di atteggiarci a patreterni; riandare all’essenziale delle cose e delle relazioni; recuperare la consapevolezza di un destino comune che ci trova legati e cittadini del mondo; allenarci alla solidarietà che spezza sospetti e chiusure; ritrovare la fiducia e la libertà di affidarci nella preghiera di intercessione; sguinzagliare la fantasia e la creatività educativa, associativa, liturgica, pastorale; gustare il silenzio e beneficiare persino della noia La terra e la sua storia non sono sul baratro del nulla, assomigliano piuttosto ad una donna incinta che sta attraversando le doglie del parto (cfr Rm 8,22). Sarà certamente questa una ‘Quaresima’ forzata e alternativa dalla quale uscire nuovi e migliori.

Don Fabrizio

Articolo pubblicato su “Newsletter 2020” – MLAC

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Lui sta a casa con te!

In un tempo di prova generata dal Covid gli occhi del cuore sembrano spegnersi e chiudersi. La narrazione della guarigione del cieco nato ci esorta alla speranza. Dio può farci sperimentare la grazia dell’apertura degli occhi per contemplare la bellezza della vita e prenderne parte… insieme con Lui. Occhi che si chiudono, occhi che si aprono alla speranza! (Don Fabrizio De Toni)

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