Moltiplicare i segni

IV Domenica di Avvento

Omelia del 22.12.2019

Letture: Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7; Mt 11,2-11.

Dal Vangelo secondo Matteo

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

 Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.

Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

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Scovare le buone pratiche

III Domenica di Avvento

Omelia del 15.12.2019

Letture: Is 35,1-6.8.10; Sal 145; Gc 5,7-10; Mt 11,2-11.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”.

In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

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Vita come mistero

I Domenica di Avvento

Omelia del 01.12.2019

Letture: Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:

«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.

 Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

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Cattivismo

XXXI Domenica del tempo ordinario

Omelia del 03.11.2019

Letture: Sap 11,22-12,2; Sal 144; 2Tn 1,11-2,2; Lc 19,1-10.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.

 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».

Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».

Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

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Differenza evangelica

XXIII Domenica del tempo ordinario

Omelia del 09.09.2019

Letture: Sap 9,13-18; Sal 89; Fm 1,9-10.12-17; Lc 14,25-33.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:

«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.

Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

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L’energia della fede

Omelia del 06.10.2019

XXVII Domenica del tempo ordinario

Letture: Ab 1,2-3;2,2-4; Sal 94; 2Tn 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».

Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.

 Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

 Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

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Il don Ruggero associativo


Roveredo in Piano (PN) – Parrocchia di San Bartolomeo

Sabato 28 settembre 2019, in occasione del 50° di Ordinazione presbiterale di don Ruggero Mazzega, è stato presentato il libro “…e diede frutto” a cura di Enri Lisetto che raccoglie testimonianze e foto sulla vita di don Ruggero.

Di seguito un mio contributo entrato nella pubblicazione.

Don Ruggero, più confidenzialmente conosciuto un tempo, nel giro degli amici giovani, come il ‘don Rugi’, negli anni della sua militanza da Assistente diocesano del Settore giovani di Azione Cattolica sarà un prete che si farà apprezzare e amare in fretta. Un pastore che odora di pecora, ed in tal senso quindi un anticipatore del profilo di ministro di Dio tanto caro al magistero di Papa Francesco. Le sue pecorelle le conosce ad una ad una per nome, se le coccola incoraggiandole senza tuttavia negare una parola franca, in nome di ciò che è vero, buono e giusto. Nelle poche note che seguono, intese a tentare un abbozzo del suo profilo, cerco di dar voce quasi letteralmente alle memorie e ai commenti dei giovani dirigenti dell’AC diocesana d’allora. Don Ruggero lo si potrebbe definire ‘polare’, ovvero da una parte cordiale e dall’altra fermo, sorridente ma non melenso, energico e nel contempo portato alla virtù della mediazione, attento alle persone e fedele ai cammini e al bene della chiesa, dalla prossimità paterna eppure non invadente. Talvolta uscivano poche parole dalla sua bocca e tuttavia erano dirette ed efficaci, ne facevano di lui una figura di presbitero essenziale e pragmatico senza scadere dalla saggezza che lo contraddistingueva. Il suo genere letterario come catecheta e omileta era ispirato alla dimensione esperienziale, assolutamente lontano da forme involute o retoriche. Desiderava in modo sommo di assecondare i sogni dello Spirito, e perciò non si sottraeva ad una parola di parresia e di conversione, insomma era un ‘bel’ tipo. Non si dimentichi che la dizione di ‘buon pastore’ secondo il vangelo di Giovanni in realtà andrebbe corretta in ‘bel pastore’, naturalmente nulla a che spartire con il ‘bello’ superficiale e scontato del senso comune. La sua compagnia e il suo accompagnamento formativo sono cercati. E’ una presenza che rilassa, mette di buon umore e alimenta la fiducia. Già parroco di Lestans viene chiamato ad inserirsi nell’equipe diocesana, rimanendovi per due mandati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Il Settore giovani di AC stava attraversando una fase vivace e feconda, era in piena crescita ed espansione, e per tale ragione domandava il sostegno di un assistente disponibile e capace di slanci generosi. Don Ruggero emergeva come il sacerdote perfetto per rispondere alla richiesta a motivo della dedizione risaputa, dell’abilità nelle relazioni, e dell’entusiasmo nell’azione. Proprio negli anni del suo servizio l’AC nazionale stava affrontando un passaggio storico delicato, dalle notevoli sfide esterne ed interne. In molti si ricordano dell’acceso e teso confronto tra l’ACR e il Settore giovani. Don Ruggero si spende per tessere pazientemente il filo del dialogo e della distensione. Allora le esternazioni e gli umori dei preti, considerati ancora come leaders autorevolissimi e normalmente figure dal carisma spiccato, contavano parecchio per il discernimento e le decisioni da prendere. L’arte relazionale del ‘Rugi’ risulta dirimente e preziosa nel botta e risposta tra le componenti associative e all’interno dello stesso collegio degli assistenti. Aveva la dote della costanza nella routine istituzionale ed organizzativa: in breve apprende a muoversi agevolmente tra le dinamiche associative, studia, partecipa, condivide… il suo tratto umano e pastorale piace moltissimo ai giovanissimi, stimola gli animatori, guida e sostiene l’equipe centrale del Settore. 

Il nostro preferibilmente si trovava a suo agio a lavorare dietro le quinte, evitando di posizionarsi in evidenza sotto la luce dei riflettori. Eppure non sfugge all’occhio clinico di don Antonio Lanfranchi, Assistente Nazionale dei Giovani di AC, futuro vescovo di Cesena e di Modena, il quale lo stana e lo valorizza affidandogli incarichi e compiti durante i campi e i convegni nazionali. Sarà una esperienza che lo struttura nell’autostima affrettandone la maturazione. La sua paternità e capacità di generare alla fede me lo fa accostare all’immagine di Giovanni il Battista. Egli fu l’amico dello Sposo, la lampada che segnalò la Luce, la voce che indicò la Parola. Un gigante che si mise di lato, che diminuì perché un Altro potesse crescere ed essere accolto. Il Battista arrivò all’esito sommo della sua vocazione profetica ‘scomparendo’, ‘morendo’, facendo tutto lo spazio possibile perché il Figlio, e i figli con lui, potesse avanzare libero. Certamente don Ruggero aveva le sue fatiche e fragilità, le quali lo rendevano ancor più umano ed umile, avvicinabile e sapiente. Tra le sue debolezze non vi era posto per l’autoreferenzialità. Nelle meditazioni sulla Parola, che offriva abbondanti, i giovani si identificavano, si ritrovavano, lasciandosi sedurre dalle idealità evangeliche. Incline all’ascolto, stava in guardia dalle ‘ciacole’. Se il gossip per moltissimi è sport frequentato il nostro non vi indulgeva, prediligendo altro genere di attività agonistiche. Il calcio, quello si lo attraeva e lo attrae tutt’ora. Dotato di talento naturale per il dribbling, il palleggio, i colpi di testa, il gioco di squadra, la regia, in campo era praticamente insuperabile. Un vero asso con il quale pochissimi, tra i quali un don Orioldo Marson o un don Dario Roncadin, potevano competere. Nella ‘nazionale’ (si fa per dire) di calcio dei preti di fatto era il capitano. Don Ruggero si ispirava alla Fiorentina, la squadra delle sue passioni, e letteralmente perdeva la testa come fan di Batistuta, tanto da chiamare il suo adorabile gatto, passato alla storia, con il medesimo nome del bomber osannato. In parte anche dai terreni di gioco acquisisce la propensione per la corresponsabilità e la sinodalità (camminare e ‘correre’ insieme). Con i dirigenti dell’ACG non disdegnava un buon calice di vino, preferibilmente di Bulfon, godendo dell’amicizia e della convivialità con giusta moderazione e stile impeccabile. Se possiamo permetterci, oltre alla gratitudine e stima personale ed associativa, don Ruggero non è passato di moda, anzi andrebbe tenuto presente come ‘campione’ pastorale (tanto per mantenere la metafora calcistica) dal quale apprendere l’arte di consentire a Dio di cacciare la palla nella rete dei cuori.

don Fabrizio De Toni

Assistente Nazionale del settore Adulti di Azione Cattolica

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La lectio divina che trasforma la vita

Pochi sanno che la lectio divina, la lettura credente o, se si preferisce, pregata della Parola è… preghiera. Non solo viene riconosciuta come una pratica spirituale, altamente raccomandata dal Concilio Vat. II, che la definisce ‘lettura spirituale’ (DV 25), ma è una forma di preghiera essa stessa. Anzi, per certi versi, da una prospettiva biblica, è la preghiera.

            Normalmente la preghiera, la relazione con il Signore, la immaginiamo come una linea che va dal piccolo all’immensamente grande, dalla creatura al Creatore, dall’uomo a Dio, che sale come una freccia in verticale, cosa certamente corretta. Tuttavia, indagando nella Scrittura, la preghiera prima ancora dovrebbe essere esattamente l’inverso. L’orazione si sviluppa come un movimento che procede da Dio verso l’uomo. Dio prende la parola, non se ne sta muto e desidera che i figli si pongano in ascolto. Quindi, può essere idealmente concepita come ascolto fiducioso della Parola. A conferma di tale limpida verità, rammentiamo che le prime due parole del ‘Padre nostro’ ebraico (il celebre Shemà), da recitarsi al risveglio del mattino e alla sera prima di coricarsi, sono esattamente: “Ascolta Israele”. Se ci pensiamo bene, il Signore stesso prende le parti di un affettuoso e paziente genitore con i piccoli di casa per ragguagliarci: “Sentite un pò! Prima di chiedere che Dio ci ascolti, mettiamoci noi in ascolto di Dio. Questa è la preghiera migliore!”.

            Ha un gran bel daffare Papa Francesco nell’insistere sulla lettura del vangelo. Lui stesso, con pratiche ultra concrete, alla latinoamericana, ha distribuito ripetutamente piccoli vangeli in versione tascabile. Quasi un gesto educativo per incoraggiarci alla preghiera per eccellenza. Ricordo come nel dopo Concilio ci fu un pullulare di gruppi del Vangelo, incontri biblici, percorsi di esegesi, e più tardi gruppi veri e propri di lectio divina, che tuttavia rimasero su un piano di interesse prevalentemente culturale per la Sacra Scrittura, ma non innescarono una consuetudine diffusa e popolare di lettura pregata della Parola. Rigorosamente ragionando, l’assenza di tale pratica fu e si rivela tutt’ora un disastro pastorale e formativo. Il Concilio stesso riporta in merito una lapidaria sentenza di San Girolamo, un gigante tra i Padri della Chiesa: “L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo”. Terribile!

            In una Unità Pastorale ho avuto la grazia di sperimentare per tre anni consecutivi, senza interruzione nemmeno estiva, ogni settimana, la lectio divina sulle letture domenicali. Lettura, meditazione, orazione, contemplazione erano i passi ripetuti per ascoltare i testi. La sana abitudine e il ritmo consentirono ad alcuni giovani e adulti che vi parteciparono di apprendere una lectio divina individuale e quotidiana, della durata di tre quattro minuti non di più, sul vangelo del giorno. E i frutti non tardarono ad arrivare. Posso testimoniare con gioia consolante di aver toccato con mano quanto sia vera l’espressione ‘Scripturae faciunt christianos’ (le Scritture fanno i cristiani), che parafrasa un passaggio di San Agostino. Tra gli argomenti che utilizzo per ribattere all’obiezione che la lectio divina è una proposta buona e possibile solo per monaci, preti e suore, ma non per laici presi dal vortice dell’epoca post moderna, questo è quello che utilizzo maggiormente, essendo esito di una esperienza diretta.

            Ecco perciò la prima trasformazione operata dalla lectio divina, dalla preghiera con e del Vangelo. Si può superare una devozione fatta di preghiere mandate a memoria, di rosari, di novene, di pellegrinaggi, di gesti rituali per approdare ad una devozione che, senza smettere ciò che ha imparato, lo integra dandogli radici e solidità con la preghiera della Parola, la quale a scanso di equivoci per l’ennesima volta va precisato essere preghiera per antonomasia.

            Ve ne è una seconda di trasformazione da mettere in evidenza, che riguarda il discernimento. Mi impressiona come nell’affrontare le sfide della vita accada che non di rado si smarrisca la capacità di una lettura di fede, anzi come talvolta si perda in umanità e ci si dimentichi addirittura del buon senso. Ecco la necessità e l’urgenza di trasformare il cuore, di renderlo sensibile sino a provare gli stessi sentimenti e gusti del cuore di Gesù. La lectio divina obbedisce dopo tutto alla dinamica e al metodo che gli adulti di AC conoscono da tempo nei loro percorsi formativi, ovvero all’interazione ‘vita-parola-vita’. La Parola letta e ascoltata da credenti funziona come una chiave che permette di ‘aprire’, di decodificare la vita con il suo mistero. Nel salmo 199, il più lungo di tutto il salterio, al versetto 105 si recita: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”. Nell’antica Roma esisteva la figura del ‘servus lampadarius’. Egli precedeva i padroni di notte di qualche metro, non di più, con una torcia per favorire l’appoggio sicuro dei passi.

            Senza voler eccedere e prendersi delle indigestioni per scorpacciate bibliche, invito a sperimentarsi e a ritagliarsi tre minuti quotidiani per scrutare la pagina evangelica del giorno. Sarà come la porzione di manna nel deserto per avanzare nel cammino nutriti e fiduciosi. La Parola adagio adagio trasfigura. Non per nulla, “la mia dottrina… come pioggia leggera sul verde, come scroscio sull’erba” (Dt 32,2), purifica le motivazioni, orienta, converte, sagoma i desideri, plasma la sensibilità, modifica i gusti tanto da poter assumere il medesimo ‘palato’ di Cristo. Non si pensi che questa sia meta riservata ad anime elette o a mistici inarrivabili. Paolo nella lettera ai Filippesi, la comunità preferita, esorterà tutti i cristiani, nessuno escluso, con la celeberrima espressione: “Abbiate in voi i medesimi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5). Una interiorità educata evangelicamente saprà operare un discernimento evangelico, appunto. Non cadremo in valutazioni rozze, in una spiritualità mondana e tiepida, vittime di idolatrie che ci allontanano da Dio e da ciò che è vero, buono e giusto. Una trasformazione in profondità germoglierà e fiorirà all’esterno, maturerà i frutti del Regno nella porzione di storia affidataci. Provare per crederci e… sarà primavera!

don Fabrizio De Toni

Assistente Nazionale del settore Adulti di Azione Cattolica

(Articolo tratto dalla rivista trimestrale dell’Azione Cattolica italiana Segno nel Mondo – n. 3/2019)

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Vera e falsa umiltà

XXII Domenica del tempo ordinario

Omelia del 01.09.2019

Letture: Sir 3,17-20.28-29; Sal 67; Eb 12,18-19.22-24; Lc 14,1.7-14.

Dal Vangelo secondo Luca

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.

Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

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