Saluto di don Fabrizio De Toni all’Azione Cattolica

Passaggio inatteso e disorientante la chiamata ad entrare in forze presso il Centro nazionale come Assistente degli adulti di Ac. Appena concluso il mio mandato quinquennale come Vicario episcopale per la pastorale nella diocesi di Concordia-Pordenone ero proiettato per almeno altri tre anni come “regista” della Visita Pastorale da pochissimo avviata. Inoltre in diocesi ci stiamo accingendo a por mano ad una energica riorganizzazione dei servizi di curia.
La proposta arrivava energica e suscitava alcune perplessità: uscita di scena dal campo di gioco diocesano in un frangente delicato, congedo da due comunità parrocchiali con le quali si è condiviso un cammino intenso ma nel contempo troppo breve, famiglia con due genitori piuttosto acciaccati che vivono con a carico mio fratello disabile. Il discernimento non si è protratto per molto per arrivare al “sì”.
L’elemento che ha fornito la spinta ultima? Nessuna avance o messa in atto di ammiccamenti per arrivare al Centro nazionale. Era chiara per me che la domanda arrivava dalla Chiesa e dallo Spirito. Perché dire di no a qualcosa che Dio gradisce? E quindi, consapevole di tutta la mia povertà scendo dal Nord… sereno. Prendendo a prestito il linguaggio di Paolo di Tarso, arrischio di “vantarmi” di due dati oggettivi.
Per buona parte debbo la maturazione e la sagomatura del mio profilo vocazionale proprio all’Azione Cattolica, per la quale ho lavorato in questi ultimi anni come Assistente diocesano. Infatti, ho armeggiato come educatore Acr e più tardi Acg. Quindi un certo gusto per la formazione e per una azione pastorale includente i laici mi viene di lì. L’altro elemento di cui vado fiero è una “spina” che mi è stata conficcata nella carne all’età di trent’anni. Sono caduto in uno stato depressivo drammatico. Una debacle trasformatasi successivamente in storia di salvezza. Sono come rinato vocazionalmente: «Quando sono debole è allora che sono forte (2Cor 12,10)»! È il Magnificat che mi sgorga spontaneo dal cuore e non lo posso tacere. Ho appreso che l’arte formativa di Dio è “altra” rispetto ai nostri schemi rigidi e codificati. Lui ama e chi-ama sempre, in modo permanente, forma e plasma i sui figli in ogni frammento della vita, prove incluse. Lungi dall’avvilirmi o dallo spaventarmi è una verità che mi entusiasma, e mi attira esattamente là dove gli aspetti formativi vengono messi all’ordine del giorno.
Conoscendomi, lo dico in modo umoristico, penso che dovrò intercedere ogni mattina la grazia di non dimenticarmi che in AC non sarò il parroco ma l’assistente. La squadra con la quale collaborerò, e che ho già iniziato ad apprezzare, saprà certamente tenere a bada certe smanie adolescenziali. Desidero effettuare un ingresso e una permanenza accentuando l’atteggiamento dell’ascolto: di una memoria e un patrimonio straordinario, di ben 150 anni; di una famiglia piuttosto ricca nei suoi differenti livelli e articolazioni; di una prospettiva missionaria che non si accontenta di conservare le sue economie interne.
Avendo presente l’intervento provocatore e profetico di Papa Francesco al Fiac, il 27 aprile di quest’anno, e l’appassionata relazione del Presidente Matteo Trufelli all’ultima Assemblea nazionale, mi piace l’immagine casalinga della “gamba del tavolo”. Tra Preghiera, Formazione, Sacrificio, Apostolato la zampa prioritaria nella Chiesa sognata in Evangelii gaudium è quella dell’Apostolato, ovvero della Chiesa in uscita.
In uno scenario di identità deboli e aggressive è necessario vigilare sulla tentazione di arroccarsi nella cittadella dei convinti o nel lasciarsi andare allo scoramento. Più che a contarci nei numeri, a badare alle proprie economie di sussistenza o ad occupare spazi di visibilità, siamo sollecitati ad essere Chiesa e Associazione “inquieta”, libera di uscire dalla ripetitività e scontatezza, pronta ad incontrare, ad immergersi tra la gente per narrare la bellezza del Vangelo, impegnata ad educare alla corresponsabilità ecclesiale e sociale, in continuo discernimento coraggioso ed evangelico di ciò che è buono, vero, giusto, bello.
Per concludere, avverto che l’avventura associativa che s’avvia è come una sorta di “secondo annuncio” per me. Sento di essere nuovamente evangelizzato. Mi vengono riproposte le ragioni fondanti del credere per dare a mia volta ragione della fede che mi abita. Insomma, una immersione a tempo pieno nell’Ac, per la quale domando la vostra preghiera perché sia “battesimo” vero e fecondo.

don Fabrizio,
28 settembre 2017

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Perdono o non perdono?

Commento al Vangelo della XXIV Domenica del Tempo Ordinario (Mt 18,21-35)

Il titoletto fa eco al giochetto infantile del bambino che spiuma la classica margherita con il “m’ama non m’ama” affidandosi alla sorte. Siamo nel discorso ecclesiale del vangelo di Matteo, il penultimo. Ne emerge un Gesù misericordioso ed estremamente esigente in fatto di misericordia. Tant’è che chi si rifiuta di essere misericordioso si vedrà ritirata la misericordia di Dio. Terribile… non perché minaccioso, ma nell’essere esigente. A Pietro risponde: ‘Non ti dico (di perdonare) fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette’. All’uomo Dio perdona in modo illimitato, gratuito, immeritato… preveniente, senza attendere la richiesta di perdono. Perciò attende una risposta generosa, ad immagine e somiglianza della sua. Commoventi le testimonianze di perdono narrate a Papa Francesco nel suo recente viaggio in Colombia. Pastora Mira Garcìa accoglie, cura e offre il letto del figlio assassinato al giovane che lo aveva ucciso, senza lasciarsi andare al desiderio di fargli del male. Juan Carlos Murcia a dieci anni viene assoldato nelle Farc. Lo indottrinano, gli insegnano che Dio sono le armi e il denaro. Ora chiede perdono e ha fondato una associazione che insegna ai giovani che vivono nella povertà a fare sport. Qui non solo si supera il canto selvaggio di Lamec (Gen 4,23-24), il cui nome significa distruzione. Egli infatti dichiara che sarà vendicato settantasette volte. Si va oltre, ribaltando completamente la logica, superando anche quella della legge del taglione. Si è chiamati a perdonare settanta volte sette. La prassi della misericordia invoca contestualmente giustizia e verità, altrimenti non c’è argine per la violenza. In ogni caso, la regola del perdono e della riconciliazione è sovrana, ci umanizza, apre ad una prospettiva di pace. In uno scenario europeo intossicato da urlatori populisti, da individualismi e paure, e in un contesto mondiale polarizzato, conflittuale, dove a minacce si reagisce raddoppiando le minacce urge opporre con tenacia una sensibilità altra, una cultura dell’incontro (come la definisce il magistero), una ricerca della verità che tende alla libertà e alla gioia di sapersi abbracciare e perdonare.

Don Fabrizio De Toni

 

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Libera e Calabria con don Pino Demasi… è forte il desiderio della giustizia

 

Il 26 agosto scorso con un gruppo di amici ero ospite di don Pino Demasi, referente dell’Associazione “Libera” della Piana di Gioia Tauro. Si è visitata la sede  delle attività formative ed imprenditoriali (un bene sequestrato alla mafia). Nonostante la paura è forte il desiderio della giustizia.

Di seguito gli audio della:

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Don Pino Demasi è nato a Cittanova (RC) nel 1951. Parroco e… Vicario Generale della Diocesi di Oppido-Palmi attualmente è referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro. Ordinato sacerdote nel 1975, quindi prima Vice parroco e poi Parroco a San Ferdinando (RC) fino al 1984. Dal 1984 è Parroco della Parrocchia di S. Maria V. in Polistena. Fondatore e tuttora presidente dell’Associazione “Il Samaritano” che è promotrice di diverse attività per giovani, disabili e per la popolazione tutta. E’ anche presidente dell’osservatorio giovanile e del comitato cittadino antimafia. Dal 2000 è referente della Piana di Gioia Tauro dell’Associazione “Libera”, ed è uno dei protagonisti in Calabria della lotta alla mafia. Promotore della Cooperativa Valle del Marro – Libera Terra, la prima cooperativa in Calabria che lavora sui terreni confiscati alla mafia.

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Amedeo Cencini – Verso il Sinodo Giovani 2018

 

Papa Francesco ha indetto un nuovo Sinodo dei Vescovi che si terrà ad ottobre 2018 con tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

In continuità con quanto emerso dalle Assemblee sinodali sulla famiglia e i contenuti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, il Papa sollecita la Chiesa ad accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale e nel percorso di maturazione. La compilazione del questionario proposto dalla Segreteria del Sinodo permetterà di rileggere le pratiche pastorali  nell’ascolto dei giovani.  Abbiamo chiesto a P. Amedeo Cencini, partendo dalla sua esperienza di formatore e come membro della Segreteria del Sinodo, di aiutarci nel cammino di preparazione all’evento ecclesiale.
Ai seguenti link potrete ascoltare le varie provocazioni e i tanti spunti di p. Amedeo Cencini sui Giovani e sul Sinodo:

 

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Disorientati o integrati?

 

 

 

 

 

Renè Magritte – Decalcomania 1966

Agosto e settembre sono i mesi nei quali escono di norma le nuove nomine dei presbiteri. I giornali locali tentano, talvolta sparando lontano dal bersaglio, di anticipare la comunicazione diocesana, sapendo come sia l’argomento appetibile per il pubblico. In queste settimane stiamo registrando un sentimento di disorientamento nelle comunità cristiane coinvolte nei cambi. Spostamenti e traslochi sono parte integrante del curriculum dei preti diocesani. Essi sono dedicati per il bene della chiesa locale, tutta intera, e perciò itineranti e mai sedentari. Le ragioni del cambio vanno dal banale posto vacante, il quale evidentemente va presidiato, a tensioni personali o pastorali da alleggerire fino ad arrivare a dei progetti da sperimentare. Lo spaesamento è più che comprensibile e i motivi sono presto detti: non si comprende la sensatezza di scardinare degli equilibri e dei ritmi costruiti con fatica; la separazione viene avvertita in primis come un lutto difficilmente elaborabile; si teme che il temperamento e la sensibilità di chi arriverà vadano in conflitto con i progetti della comunità… La risposta, ovvia, per trovar soluzione a tali disagi sta in un appello alla maturità di presbiteri e comunità. A mio giudizio esistono anche delle vie pastorali possibili, le quali possono consentirci di evitare paure senza fondamento o cortocircuiti dannosi tra fedeli e nuovo pastore. Innanzitutto il disagio vissuto ci esorta ad una accelerazione del processo di avvio delle Unità Pastorali. Siamo ancora ai primi timidi passi. Alcune reti inter parrocchiali arrivano a stento ad accordarsi sugli orari delle messe. Esistono già tuttavia delle interessanti esperienze di pastorale battesimale o di iniziazione cristiana dei ragazzi condotte a questo livello che, oltre a sgravare non poco le spalle del povero reverendo incalzato da mille urgenze, consegnano ai laici la giusta corresponsabilità ed imprimono alla pastorale ordinaria un carattere marcatamente missionario. Infatti, si incontrano le giovani famiglie nelle loro case, e si stabiliscono delle buone relazioni nelle quali adulti narrano la loro fede ad altri adulti in un contesto di accoglienza. Oltre a quella che potremo definire una integrazione pastorale tra parrocchie vicine, ne esiste una di tipo presbiterale. Si stanno moltiplicando esperienze di fraternità con presbiteri viciniori, superando il vezzo clericale della competizione e dell’isolamento olimpionico di un tempo, dove tutt’al più si faceva cameratismo con i preti della ‘classe’. Una fraternità che contempla forme differenziate, le quali vanno da modalità impegnative di vita comune alla buona prassi di incontrarsi settimanalmente per la preghiera, il confronto, l’amicizia, il pasto… la programmazione pastorale. I vantaggi quasi non abbisognano di essere verbalizzati. In uno scenario di reti amicali, presbiterali o comunitarie che siano, sostituzioni, avvicendamenti… e financo assenze (alcuni possono ritrovarsi con la canonica vuota) non saranno interpretati come sciagure da cui difendersi. Nell’integrazione non viene smantellata una progettualità. Essa ‘regge’ il tutto, e chi arriva, senza volerne umiliare libertà e fantasia, è chiamato ad inserirsi con sapienza ‘reggendo’  e lasciandosi ‘reggere’ a sua volta.

Don Fabrizio

Articolo pubblicato sul settimanale diocesano Il Popolo del 6.08.2017

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Chi avrà perduto

“Freedom” di Zenos Frudakis

‘Chi avrà perduto la sua vita la troverà’. Gesù è alla conclusione del discorso missionario, uno dei cinque del Vangelo di Matteo. Le sue parole suonano controproducenti se non addirittura folli. Noi vi avremo piazzato un augurio incoraggiante. E invece no! E’ un Gesù paradossale e radicale, certamente dissonante rispetto alla sensibilità (o insensibilità, dipende dai punti di vista) della cultura odierna, che invita al successo con il minimo sforzo per la massima resa. Tocchiamo qui la “differenza” del Vangelo, che pretende di consegnare una parola di verità. Avete presente quegli adolescenti che amano postare sui social (vedi Facebook) la loro immagine mentre di fanno un selfie (autoritratto)? Sembra un selfie del selfie, il massimo del narcisismo quasi a preservare se stessi in un autoscatto che immortala per sempre il loro io, per tenere alla larga il pericolo di “perdersi”. Si potrà mai gustare la libertà del dono di sé? Lo stesso fenomeno si trova non raramente in pastorale. Il mondo cattolico non è esente dal virus dell’autopreservazione. Eppure siamo chiamati ad essere sale che si scioglie, che si ‘perde’ per conferire sapore; luce che si espone; chiesa che esce, anche rischiando di sporcarsi e di incidentarsi. Ho conosciuto un confratello, delicato d’animo e generoso. Fu invitato con forza dal suo vescovo a lasciare tutto per partite come missionario in America Latina. Niente da fare! I pianti isterici della madre ebbero la meglio… rispetto al Vangelo. Non poteva sprecare le sue doti e il suo vigore lontano da casa, in ambienti sconosciuti, tra i poveri e i puzzolenti, noti a nessuno tranne che a Dio. Eppure la gioia di amare, la pienezza del cuore, la vita vera sta proprio nel perdersi.

 

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Mostraci il Padre

 

 

 

 

 

 

V domenica di Pasqua

Commento al Vangelo Gv 14,1-12

Disse Filippo: ‘Signore , mostraci il Padre e ci basta’. La domanda di Filippo a Gesù, o meglio che l’evangelista Giovanni mette in bocca a Filippo, è la domanda della comunità per la quale Giovanni scrive il Vangelo. Si tratta di un gruppo di credenti che cerca di approfondire, di scavare il mistero, di afferrarlo. In fondo è la domanda che abita nel cuore dell’uomo, che sia o che non sia religioso. E’ stata anche la richiesta intensa di Mosè. ‘Mostrami la tua gloria’ (Es 33,18) dirà a Dio, il quale gli passerà davanti proclamando la sua misericordia e facendosi vedere solo di spalle. Ovvero, si può cogliere qualcosa della sua gloria, del suo ‘peso’, della sua consistenza ed evidenza solo seguendolo, mettendoci dietro alle sue spalle, osservando la sua azione nella storia. Nel nostro caso, osservando con animo libero e stupito l’azione di Gesù. Egli ‘spiega’ il Padre, ne è l’esegeta, lo racconta, lo mostra. Gesù frequenta poveri, peccatori e prostitute. Va a cercarsi gli ultimi. Non tollera ipocrisia e rigore senza misericordia. Predica il dono di sé sino alla fine e ne rimane coerente. Dal profilo della bontà di Gesù si può risalire al profilo della bontà del Padre suo e nostro. Non vi è altra via. ‘Io sono la via, la verità e la vita’ risponderà a Tommaso. Se procediamo per altre vie è fatale cadere nell’immagine di un Dio inconsistente, altro che ‘peso’ (gloria), una sorta di super angelo pronto ad intervenire su richieste degli utenti di turno. La domanda della conoscenza del genitore ce la portiamo dentro nel DNA. Gli operatori famigliari assicurano che i bambini adottati, nonostante vogliano un mondo di bene ai loro genitori adottivi, e sappiano già che il genitore biologico li abbia abbandonati o sia un dipendente da alcool o sostanze, provano un desiderio invincibile di conoscere il padre e la madre che li ha generati. Ai discepoli è data la benedizione di poter toccare le guance di Dio toccando quelle del Figlio. Straordinario sapere inoltre che le nostre di guance, comprese quelle della comunità, possano rivelare il volto e la tenerezza del Padre.

 

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I sogni rubati dei giovani

Guardando alla realtà pastorale di casa nostra e specificatamente ai giovani si rimane rincuorati. Nasce un sentimento di fiducia per il futuro e di gratitudine allo Spirito. E’ sotto gli occhi di tutti l’importante fetta di teenager, e non solo, attivi nel gruppo scout e nel gruppo animatori Grest. Quest’ultimo funziona a ‘fisarmonica’ allargandosi e contraendosi in base a disponibilità durante l’anno pastorale e servizi richiesti. Alzando di molto lo sguardo intravvediamo il prossimo Sinodo sui giovani dal titolo ‘I giovani, la fede e il discernimento vocazionale’, che si terrà nell’ottobre del 2018. Da uno scenario a 360°, che passa dal ‘domestico’ e locale all’internazionale, ‘glocal’ come si dice oggi, espongo due valutazioni personalissime. Più che sui giovani, vado a riflettere sul mondo degli adulti, che in maniera importante agisce su di loro tanto da determinarne sensibilità e scelte. Andando al sodo, sono del parere che la crisi dei giovani trova la sua origine nella crisi degli adulti. E’ l’adultità oggi la grande assente. Le persone mature hanno smesso i panni dell’adulto per vestire in modo permanente quelli del giovane. Lo si vede dall’abbigliamento casual, nella cura maniacale del corpo e del viso (anti aging) per cancellare o ritardare i segni inesorabili del tempo, nella frequentazione maniacale di palestre e beauty farm. Padri e madri che entrano in penosa competizione con i figli. Da una parte il genitore super sportivo e dall’altra il figlio rammollito e invecchiato anzi tempo, oppure una madre con piercing all’ombelico e una figlia che non scopre nemmeno il collo, munita di capelli unti. Adulti che inseguono il mito dell’eterna giovinezza, che copiano gusti, ‘social’, abitudini, ritmi dei giovani. Un bel disastro educativo! Infatti, quest’ultimi necessiterebbero di un riferimento con cui confrontarsi e non di finti giovani. I figli rimangono spiazzati, debbono cercare altre zone e modalità per esprimersi, vedi per esempio la ricerca di altri social rispetto a Facebook, non trovano più interlocutori credibili che possano vantare esperienze vissute e passaggi di crescita compiuti. Ci credo che a questo punto papà e mamma sono dei grandi ‘rompi’! Dove possono gli adolescenti e i ventenni misurarsi con profili e scelte di maturità e di responsabilità, almeno di gente che accetta la realtà per quello che è, se sono circondati da cloni uguali a se stessi? Chi gliela insegna più a loro la bellezza della fede matura, la verità evangelica di ‘perdersi per ritrovarsi’, la gioia di amare per sempre? Se da un piano educativo balziamo ad uno sociale e lavorativo le cose non stanno meglio, anzi confermano la tesi di giovani costretti in spazi chiusi… perché già occupati da altri. E’ noto come il tasso di disoccupazione giovanile sia stratosferico. Vuoi i vantaggi economici, vuoi le nuove regole su lavoro e pensione, o la crisi in atto e non ultimo il bisogno di sentirsi vivi e prestanti, sta di fatto che il mondo adulto non lascia campo e possibilità ai nuovi entranti. L’unico contentino sta nel fatto che la stragrande maggioranza delle famiglie coccola e vizia i suoi ‘pargoli’. Ma se ‘internamente’ la famiglia provvede con affetto, ‘esternamente’ la famiglia sociale si presenta con il volto della matrigna che proprio non gradisce altri tra i piedi. E’ proprio arrivato il tempo per un esamone di coscienza. Già se riduciamo la nostra invadenza e smettiamo di fare gli eterni adolescenti poniamo la premessa indispensabile per imparare ad ascoltare i figli e ad accompagnarli nel discernimento delle scelte di vita. A loro vanno restituiti i sogni involontariamente rubati.

Don Fabrizio

(Articolo pubblicato su Iride – Bollettino della parrocchia di Villotta-Basedo, maggio 2017)

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Gesù uomo sensibile

Commento al Vangelo della V domenica di Quaresima

Gesù è un uomo molto sensibile. Non è affatto un pezzo di ghiaccio o un tipo granitico, privo di variazioni d’umore. Tutto questo è verificabile e contemplabile nel racconto della risurrezione di Lazzaro. Egli infatti si commuove profondamente per la morte dell’amico e scoppia in pianto, unendosi ai lamenti funebri orientali piuttosto enfatizzati. Sensibilità umanissima la sua, che rivela nel contempo la sensibilità di Dio. La commozione di cui si parla contiene un gemito intenso, tristezza, collera per una malattia che non ha pietà, indignazione per ciò che umilia l’uomo e gli toglie la vita. E’ proprio vero: come afferma l’evangelo di Giovanni ‘Gesù amava Lazzaro’. Sensibile e dai sensi allenati ed attivi. Gesù vuole ‘andare’ a vedere di persona (vista); ascolta le invocazioni delle sorelle del defunto e il pianto dei conoscenti (udito); assapora l’amarezza del lutto (gusto); tocca con mano gli esiti della morte (tatto); vuole che si apra la tomba incurante del cattivo odore (olfatto). I sensi sono potentissime vie che ci consentono di coinvolgerci, di condividere, di sperimentare. Papa Francesco direbbe che il senso che Dio esercita in sommo grado e frequenta di più è quello del tatto. Come Lazzaro siamo e saremo toccati dalla Sua misericordia. Grande è la nostra speranza!

Don Fabrizio

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Giorno del Signore. Fine anno liturgico

Avvicinandoci alla conclusione, alla ‘morte’ dell’anno liturgico, con sapienza educativa la chiesa sceglie testi biblici che fanno riferimento alla ‘fine’, al ‘Giorno del Signore’. Di quella che viene chiamata ‘apocalisse di Luca’ sottolineo due passaggi. ‘Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”. Non andate dietro a loro!’. Il ‘Sono io’ rimanda all’ “Io Sono” di Dio a Mosè presso il roveto ardente. E’ il santo nome di Dio, di Colui al quale appartiene il primato. Se facciamo attenzione, siamo straordinariamente geniali nel costruirci idoli, illusioni, sogni malati come il potere per il potere, la carriera, l’ingordigia di denaro, il sesso slegato dall’amore… Altari improbabili davanti ai quali, senza avvedercene, pieghiamo le ginocchia. Divinità pagane che pretendono di chiamarsi ‘Io Sono’. Interessante ricordare che Giovanni Battista, interrogato se fosse lui il Cristo, rispose: ‘Io Non Sono’. Fu uomo libero, proprio perchè uomo di Dio, totalmente relativo al suo Signore. In una società ammalata di narcisismo e una chiesa continuamente tentata di autoreferenzialità, preoccupata della sua immagine, chiediamo allo Spirito di trovare il centro e di innamorarcene.cristo-giudizio-universale_michelangelo

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