Lavorato bene!

Nel mondo anglosassone per una attività o un lavoro portato a termine con successo si utilizza popolarmente l’espressione “Well done” (ben fatto), oppure “Good Job” (buon lavoro). Ecco, mi piace pensare divertito, ma con l’intenzione di dire qualcosa di sacrosanto, che Dio al termine delle sue giornate lavorative si sia stupito esclamando tra sé: «Good job, dear God. Well done!» (bravo, proprio bravo caro Dio! Un bel lavoro!) (cfr. Gen 1). Immaginiamoci quando da esperto vasaio e artista si è congratulato per il suo “lavoro” migliore, ovvero l’uomo, si sarà detto: «Very, very good job» (troppo forte il tuo lavoro, splendido!) (cfr. Gen 1,31). Se con un salto gigantesco, compiendo capriole e avvitamenti, atterriamo all’ultimo libro biblico incontriamo nuovamente Dio alle prese con il lavoro, e precisamente con la costruzione della santa città, di Gerusalemme, bella come una sposa (cfr. Ap 21). «E Colui (Dio) che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). Le hai fatte proprio bene! Bravo! Well done! E se osserviamo il punto di congiunzione delle due arcate, tra il lavoro dell’Antico Testamento e quello del Nuovo Testamento, ci imbattiamo nel mistero della Pasqua, l’intervento o il lavoro per eccellenza: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!» (Sal 117,24), ci ha liberati infatti dalla “bestia” della morte. Papa Francesco il giorno di Pasqua ha consegnato una lettera commovente ai lavoratori dei Movimenti Popolari: «venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento…», definendoli «poeti sociali». Che meraviglia! Non si dimentichi che poeta significa etimologicamente colui che “fa”, che crea, che inventa, che lavora a immagine e somiglianza del lavoratore divino. Li ha lodati, Papa Francesco, per le loro «creazioni dignitose». Well done, cari amici! Se l’è presa Bergoglio con uno stato e un mercato asserviti al paradigma tecnocratico che tutto usa e manipola, compreso il lavoro umano di cui non si ha rispetto. Viene raccolta allora la rabbia e il sentimento di impotenza dei piccoli della terra. «Voi siete un insegnamento per me», impressionante! Il magistero che colloca i poveri sullo scranno del magistero. Il Papa procede immediato, libero, con franchezza. Le sue sono parole autorevoli, lame a doppio taglio, possiedono il timbro dei profeti e la saggezza evangelica. Potenza di una comunicazione semplice, ma non semplicistica, semmai essenziale e in grado di parlare alla cultura dell’uomo contemporaneo alle prese con le sue autosufficienze, egoismi personali e nazionali e le sue debolezze ed impotenze, come farebbe l’uomo di Dio, afferrato dalla Verità, mosso dallo Spirito… l’uomo di fede. Good job, Papa Francesco. Te la sei cavata alla grande! Un genere letterario esistenziale, destrutturato, informale… poetico, appassionato del bene e perciò inventivo e creativo anche nella forma comunicativa. Forma, la quale per noi equivale a contenuto, che possiede un rivestimento e trova qualcuno abile nell’esprimerlo. L’obiettivo – del lavoro di annuncio di Papa Francesco – il sogno, il desiderio è di costruire uno sviluppo umano integrale, nel quale siano garantite le tre “T”: Tierra, Techo y Trabajo (terra, tetto e lavoro). Collegato proprio al lavoro, ha proposto una retribuzione universale, che nulla ha a che vedere con il reddito di cittadinanza o di inclusione, o meglio li supera, sta oltre, esortando a riconoscere ciò che l’uomo opera, ciò che fa, il suo lavoro, per quanto modesto e umile possa apparire. Lo scossone pandemico rende lucido, lucidissimo, il discernimento di Francesco. Good job! Anzi, very good job!

Don Fabrizio De Toni

Articolo pubblicato nella Newsletter Mlac del 20aprile 2020 consultabile all’indirizzo: https://www.mlac.azionecattolica.it/newsletter-mlac-20-aprile-2020

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Fitte tenebre

Papa Francesco venerdì 27 marzo, dalla sommità del sagrato della Basilica di San Pietro, prende la parola. Davanti al suo profilo bianco si distende uno spazio deserto e immerso nel silenzio, deputato a raccogliere idealmente il grido e le lacrime dell’umanità. In una preghiera di intercessione struggente chiede che la mano di Dio fermi il flagello della pandemia. Come si potevano trattenere commozione e lacrime, copiose come quelle della pioggia che colpiva il selciato, cadeva sulle spalle di Francesco, e rigava il crocifisso di San Marcello al Corso? La meditazione proposta prendeva le mosse dal racconto della tempesta sedata secondo la versione di Marco, altamente ed immediatamente evocativo della drammatica burrasca virale in corso: «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade, città». Riprendendo con calma tra le mani il testo papale nella sua interezza, spunta il desiderio di contemplare la scena evangelica secondo le riproposizioni iconografiche più celebri. “Cristo nella tempesta sul mare di Galilea” (1633) di Rembrandt fa al caso nostro. Il cielo è ormai coperto da nubi minacciose, il vento scatena la sua furia, quando una gigantesca e spaventosa onda sferza con violenza la prua della barca facendola impennare. E’ il panico! Rembrandt carica l’onda di luce assoluta, quasi fosse folgore che picchia sulla povera barca e fende le tenebre della notte gettando i discepoli nello smarrimento. Attorno a Gesù, da poco destato dal sonno, vengono raffigurati i differenti volti della paura e dell’impotenza. Vi è chi reagisce, i più giovani, con rabbia e vigore muscolare per tenere a bada le corde e le vele, chi vomita per lo stordimento. Si notano le espressioni dell’angoscia, del terrore, dello sfinimento ed abbattimento. Tra i più vicini al Maestro un primo sembra scuoterlo con un gesto di rimprovero, un secondo piega le ginocchia implorando e un terzo già lo contempla come Signore delle forze oscure della natura. Cristo appare determinato a placare innanzitutto la tempesta dei cuori, poi si occuperà del vento. La barca nel bel mezzo dell’agitazione delle acque si rivela una potente metafora dei tempi di crisi, dello sconquasso sanitario, relazionale, economico, educativo del “covid”, virus silenzioso e vigliacco nella sua invisibilità. Il sonno del Signore Gesù assomiglia al sonno di Adamo dal cui fianco è stata tolta Eva, e al sonno di quando si consegnerà sulla croce reclinando il capo e gli sarà aperto il fianco da cui nascerà la Chiesa, ovvero a sonno fecondo e generativo di speranza. Francesco, anch’egli nella barca con la truppa angosciata e disperata, scruta e discerne. Snodando la sua meditazione, si sofferma sulla grazia della prova, la quale può essere trasformata in un tempo di sveglia da illusioni e anestesie, di riscoperta dei legami comuni e fraterni, di scelte buone. Il suo sguardo di fede dalla concretezza del cuore scivola sulla concretezza della vita ordinaria, passando in rassegna una sequenza minuziosa di condizioni lavorative ed educative animate dalla fantasia e dalla generosità dello Spirito. Enumera: «medici, infermiere e infermieri, addetti ai supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti altri […] padri, madri, nonni e nonne, insegnanti […] persone (che) pregano, offrono, intercedono». In un intreccio sapiente e doloroso di lavoro spirituale e materiale possiamo superare la notte e anticipare già ora la nuova imbarcazione, la riprogrammata rotta, e l’assetto inedito con i quali proseguire la navigazione. Tanti auguri cara umanità!

Don Fabrizio De Toni Assistente Nazionale Mlac

Articolo pubblicato sulla Newsletter – MLAC del 30/03/2020

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Virus e antivirus al lavoro!

Il virus lavora in modo subdolo e sporco. Blocca come sabbia sottile e asciutta i meccanismi respiratori, sociali, economici, ecclesiali… inesorabile e ad h24. Chi ci libererà da questo male occulto? Si ha come la percezione di trovarsi di fronte ad una tenebra ondeggiante ed invisibile che inquieta e ferisce. Tuttavia, in uno scenario di desertificazione esteriore e di tristezza interiore possiamo scrutare con occhio sapiente e credente… per scorgere che anche Dio è al lavoro. Egli non desidera la morte e la sofferenza dei suoi figli, ed ha pensato tutto per l’esistenza (cfr Sap 1,13-14). Ed ora sostiene assicurando energia a quanti lavorano negli ospedali e nei presidi medici da operatori della salute, incoraggiandoli e muovendoli alla compassione; custodisce nella responsabilità e nella reattiva compostezza coloro che si dedicano ai servizi essenziali dell’alimentazione, dell’energia, della sicurezza, del trasporto. Il morbo pandemico lo stiamo arginando, combattendo, affrontando nel mobilitare le migliori risorse politiche, scientifiche, professionali. Alle severe e necessarie restrizioni alle libertà individuai e collettive stiamo rispondendo in modo intelligente prendendoci cura della nostra salute e di quella altrui ad iniziare dal rispetto delle lontananze spaziali. Vi è abbondanza di materiale e di motivi per intonare un salmo di gratitudine e di lode poiché non siamo lasciati a noi stessi e alla nostra impotenza. Inoltre, ad uno sguardo di fede, non sfugge che lo Spirito di Dio sta armeggiando per trasformare questo tempo in un’opera formativa: c’è molto da apprendere per umanizzarci e ritrovare il senso del vivere. Possiamo riprendere contatto con la nostra finitudine smettendola di atteggiarci a patreterni; riandare all’essenziale delle cose e delle relazioni; recuperare la consapevolezza di un destino comune che ci trova legati e cittadini del mondo; allenarci alla solidarietà che spezza sospetti e chiusure; ritrovare la fiducia e la libertà di affidarci nella preghiera di intercessione; sguinzagliare la fantasia e la creatività educativa, associativa, liturgica, pastorale; gustare il silenzio e beneficiare persino della noia La terra e la sua storia non sono sul baratro del nulla, assomigliano piuttosto ad una donna incinta che sta attraversando le doglie del parto (cfr Rm 8,22). Sarà certamente questa una ‘Quaresima’ forzata e alternativa dalla quale uscire nuovi e migliori.

Don Fabrizio

Articolo pubblicato su “Newsletter 2020” – MLAC

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Il don Ruggero associativo


Roveredo in Piano (PN) – Parrocchia di San Bartolomeo

Sabato 28 settembre 2019, in occasione del 50° di Ordinazione presbiterale di don Ruggero Mazzega, è stato presentato il libro “…e diede frutto” a cura di Enri Lisetto che raccoglie testimonianze e foto sulla vita di don Ruggero.

Di seguito un mio contributo entrato nella pubblicazione.

Don Ruggero, più confidenzialmente conosciuto un tempo, nel giro degli amici giovani, come il ‘don Rugi’, negli anni della sua militanza da Assistente diocesano del Settore giovani di Azione Cattolica sarà un prete che si farà apprezzare e amare in fretta. Un pastore che odora di pecora, ed in tal senso quindi un anticipatore del profilo di ministro di Dio tanto caro al magistero di Papa Francesco. Le sue pecorelle le conosce ad una ad una per nome, se le coccola incoraggiandole senza tuttavia negare una parola franca, in nome di ciò che è vero, buono e giusto. Nelle poche note che seguono, intese a tentare un abbozzo del suo profilo, cerco di dar voce quasi letteralmente alle memorie e ai commenti dei giovani dirigenti dell’AC diocesana d’allora. Don Ruggero lo si potrebbe definire ‘polare’, ovvero da una parte cordiale e dall’altra fermo, sorridente ma non melenso, energico e nel contempo portato alla virtù della mediazione, attento alle persone e fedele ai cammini e al bene della chiesa, dalla prossimità paterna eppure non invadente. Talvolta uscivano poche parole dalla sua bocca e tuttavia erano dirette ed efficaci, ne facevano di lui una figura di presbitero essenziale e pragmatico senza scadere dalla saggezza che lo contraddistingueva. Il suo genere letterario come catecheta e omileta era ispirato alla dimensione esperienziale, assolutamente lontano da forme involute o retoriche. Desiderava in modo sommo di assecondare i sogni dello Spirito, e perciò non si sottraeva ad una parola di parresia e di conversione, insomma era un ‘bel’ tipo. Non si dimentichi che la dizione di ‘buon pastore’ secondo il vangelo di Giovanni in realtà andrebbe corretta in ‘bel pastore’, naturalmente nulla a che spartire con il ‘bello’ superficiale e scontato del senso comune. La sua compagnia e il suo accompagnamento formativo sono cercati. E’ una presenza che rilassa, mette di buon umore e alimenta la fiducia. Già parroco di Lestans viene chiamato ad inserirsi nell’equipe diocesana, rimanendovi per due mandati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Il Settore giovani di AC stava attraversando una fase vivace e feconda, era in piena crescita ed espansione, e per tale ragione domandava il sostegno di un assistente disponibile e capace di slanci generosi. Don Ruggero emergeva come il sacerdote perfetto per rispondere alla richiesta a motivo della dedizione risaputa, dell’abilità nelle relazioni, e dell’entusiasmo nell’azione. Proprio negli anni del suo servizio l’AC nazionale stava affrontando un passaggio storico delicato, dalle notevoli sfide esterne ed interne. In molti si ricordano dell’acceso e teso confronto tra l’ACR e il Settore giovani. Don Ruggero si spende per tessere pazientemente il filo del dialogo e della distensione. Allora le esternazioni e gli umori dei preti, considerati ancora come leaders autorevolissimi e normalmente figure dal carisma spiccato, contavano parecchio per il discernimento e le decisioni da prendere. L’arte relazionale del ‘Rugi’ risulta dirimente e preziosa nel botta e risposta tra le componenti associative e all’interno dello stesso collegio degli assistenti. Aveva la dote della costanza nella routine istituzionale ed organizzativa: in breve apprende a muoversi agevolmente tra le dinamiche associative, studia, partecipa, condivide… il suo tratto umano e pastorale piace moltissimo ai giovanissimi, stimola gli animatori, guida e sostiene l’equipe centrale del Settore. 

Il nostro preferibilmente si trovava a suo agio a lavorare dietro le quinte, evitando di posizionarsi in evidenza sotto la luce dei riflettori. Eppure non sfugge all’occhio clinico di don Antonio Lanfranchi, Assistente Nazionale dei Giovani di AC, futuro vescovo di Cesena e di Modena, il quale lo stana e lo valorizza affidandogli incarichi e compiti durante i campi e i convegni nazionali. Sarà una esperienza che lo struttura nell’autostima affrettandone la maturazione. La sua paternità e capacità di generare alla fede me lo fa accostare all’immagine di Giovanni il Battista. Egli fu l’amico dello Sposo, la lampada che segnalò la Luce, la voce che indicò la Parola. Un gigante che si mise di lato, che diminuì perché un Altro potesse crescere ed essere accolto. Il Battista arrivò all’esito sommo della sua vocazione profetica ‘scomparendo’, ‘morendo’, facendo tutto lo spazio possibile perché il Figlio, e i figli con lui, potesse avanzare libero. Certamente don Ruggero aveva le sue fatiche e fragilità, le quali lo rendevano ancor più umano ed umile, avvicinabile e sapiente. Tra le sue debolezze non vi era posto per l’autoreferenzialità. Nelle meditazioni sulla Parola, che offriva abbondanti, i giovani si identificavano, si ritrovavano, lasciandosi sedurre dalle idealità evangeliche. Incline all’ascolto, stava in guardia dalle ‘ciacole’. Se il gossip per moltissimi è sport frequentato il nostro non vi indulgeva, prediligendo altro genere di attività agonistiche. Il calcio, quello si lo attraeva e lo attrae tutt’ora. Dotato di talento naturale per il dribbling, il palleggio, i colpi di testa, il gioco di squadra, la regia, in campo era praticamente insuperabile. Un vero asso con il quale pochissimi, tra i quali un don Orioldo Marson o un don Dario Roncadin, potevano competere. Nella ‘nazionale’ (si fa per dire) di calcio dei preti di fatto era il capitano. Don Ruggero si ispirava alla Fiorentina, la squadra delle sue passioni, e letteralmente perdeva la testa come fan di Batistuta, tanto da chiamare il suo adorabile gatto, passato alla storia, con il medesimo nome del bomber osannato. In parte anche dai terreni di gioco acquisisce la propensione per la corresponsabilità e la sinodalità (camminare e ‘correre’ insieme). Con i dirigenti dell’ACG non disdegnava un buon calice di vino, preferibilmente di Bulfon, godendo dell’amicizia e della convivialità con giusta moderazione e stile impeccabile. Se possiamo permetterci, oltre alla gratitudine e stima personale ed associativa, don Ruggero non è passato di moda, anzi andrebbe tenuto presente come ‘campione’ pastorale (tanto per mantenere la metafora calcistica) dal quale apprendere l’arte di consentire a Dio di cacciare la palla nella rete dei cuori.

don Fabrizio De Toni

Assistente Nazionale del settore Adulti di Azione Cattolica

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I preti e l’amore per Dio

La Pontificia Università Lateranense e AgenSir presentano un documentario sul celibato dei preti “I preti e l’amore per Dio”. Le testimonianze di 8 studenti del corso di comunicazione dell’Istituto Pastorale Redemptor Hominis, tracciano un piccolo sentiero che aiuta a capire quello che Papa Francesco definisce “un dono di Dio”.

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La Parola di Dio: tra il ritmo e il caos della vita spirituale

La vita spirituale, la vita impostata in sinergia con i desideri dello Spirito, è un procedere ritmato, sensato, regolare perché lo Spirito è il contrario del caos e dell’improvvisazione inconcludente.

Proviamo a dare alcune dritte di tipo pedagogico, senza scadere nella banalizzazione, per danzare le giornate tenendo il ritmo dello Spirito (il ‘respiro’ di Dio) e il ritmo della Parola del giorno. Gli umani sono creature segnate dal cadenzare del tempo, dal ritmo giorno e notte, veglia e sonno, attività e riposo. Tale ciclicità quotidiana dà il ‘là’ ad altre tipologie di scansioni: settimanali, mensili, annuali… alle fasi e stagioni della vita… sino ai cicli liturgici ed ecclesiali. Si interromperà con la morte per entrare nel battito del cuore di Dio, per sempre. Per il cammino credente sarà il Vangelo del giorno a segnare il tempo, a caricarlo di sensatezza e direzione, di luce e di bellezza. Intorno ad esso è possibile organizzare il tempo.  Ecco la prima evidenza pedagogica, la pagina della Parola che la chiesa oggi ci consegna è il rito e il ritmo per una formazione permanente, altrimenti sarà una dispersione frenetica o pigra permanente ed insoddisfacente.

Gli spazi tra una battuta e l’altra, gli intervalli non vanno scambiati per dei vuoti da riempire a casaccio, sono piuttosto delle fasi determinate dalla Parola che vanno ben individuate ed interpretate con fedeltà e intraprendenza. La ‘meditazione’ della Parola, la ‘custodia’ nel cuore della Parola, la sua ‘realizzazione’ concretissima consentiranno di attraversare la giornata e di chiuderla lasciandoci scrutare da essa. Faremo l’esperienza della paternità di Dio. Egli ci darà il buongiorno e ci bacerà con il bacio della notte sussurrandoci una Parola che avvierà e concluderà i nostri passi, che ci riempirà di stupore e di gratitudine, di consolazione e senso di riconciliazione. Ricordo come il Card. Martini incoraggiava i laici a darsi tre minuti al mattino per aprire la Parola del giorno, per nutrirsi in una veloce e nutriente colazione simile alla porzione di manna data ad Israele per il suo viaggio. Evitiamo di pensare nostalgicamente a lectio prolungate di impostazione monastica impraticabili in forma routinaria. Quelle tuttavia di tanto in tanto si potranno godere, preferibilmente lungo gli itinerari formativi della propria associazione di base o in pause annuali dedicate ad hoc alla preghiera e alle attività interiori. Da non trascurare il consiglio di scriversi su un post-it (biglietto adesivo) il passaggio più significativo, da dove lo Spirito ci ha ammiccato. Lo si può tenere in tasca o appiccicare al frigorifero… ma in realtà per portarlo nel cuore e farlo interagire con ciò che accade e ci tocca dentro. Sarà una Parola che aprirà gli occhi, fornirà intuizioni, permetterà un discernimento, indicherà il da farsi e la scelta da prendere. Non manchino quindi alla sera, in forma speculare, i tre minuti simbolici e rituali per una verifica del tragitto quotidiano sempre alla luce della fiaccola della Parola. Ci si addormenterà con un animo che tenderà a rilassarsi pacificato e riordinato. Il Padre poi proseguirà misteriosamente la sua opera formativa nel profondo dei suoi figli vegliando con tenerezza.

 

don Fabrizio De Toni

assistente centrale per il Settore Adulti di AC

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Chiamati a fare memoria dell’essere non solo figli ma padri.

Domenica 13 gennaio 2019

BATTESIMO DEL SIGNORE

(Lc 3,15-16.21-22)
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

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Esortati ad essere comunità credente significativa ed incisiva

Video commento del Vangelo di Domenica 9 dicembre 2018 (Lc 3, 1-6):

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

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