Mamma mia che Babele!

In questo scorcio di storia conflittuale e tesa, ma pur sempre storia benedetta dalla Grazia, mi piace andare con  la memoria all’immagine della Pentecoste. E’ un affresco pieno di speranza. A Pentecoste lo Spirito, la Ruah Jahvè, il Respiro forte di Dio fa irruzione nella stanza dove erano raccolti i discepoli del Risorto. Animati dalla Sua presenza iniziano a parlare lingue differenti: le lingue dell’area mediterranea e dell’area mesopotamica. Le lingue del villaggio globale di allora. E comunicando in lingue diverse si capiscono e vengono capiti. Nasce così embrionalmente un’Antibabele, una umanità riconciliata, una famiglia dove ci si intende. Questo è il sogno di Dio. Questo è il suo progetto sulla storia. Questo è ciò che accadrà nella sua interezza e intensità nell’eternità. Il desiderio di Dio si chiama: comunione delle diversità. Comunione quindi, non confusione, lacerazione, dispersione, divisione. Quanto sciocchi allora certi individualismi personali e financo di gruppo (la ‘mia’ famiglia: delle altre non mi interessa; il ‘mio’ partito, la mia Congregazione, la ‘mia’ Parrocchia, la ‘mia’ cultura…). Un’affermazione iper-accentuata e fissata del proprio ‘Io’ che non sente più necessario e bello il dialogare con il ‘Tu’ per fare comunione con lui. Nascono qui le varie solitudini, le conflittualità, i nazionalismi esasperati e radicaloidi… nasce qui Babele. Tutto ciò che si muove, dentro e fuori la Chiesa, nella logica della cooperazione, dell’ascolto, della fraternità  e della comunione ha a che fare con il Regno di Dio, è esperienza umana da benedire e già benedetta da Lui, il Dio amante della comunione, il Dio Trinitario che è in sé comunione delle differenze. Comunione, dicevamo, ma anche diversità.

Il Creatore stesso crea e vuole la diversità, la differenza. L’omologazione, l’appiattimento, l’uniformità lo angoscerebbe. Interessante l’analisi di chi scorge nella nostra cultura occidentale i segni di una ‘omosessualità latente’. Non nel senso che siamo tendenzialmente omosessuali e lesbiche (da un punto di vista sessuale), ma dall’atteggiamento omosessuale, cioè di chi mal tollera la differenza (l’omosessuale infatti è innamorato di chi è uguale a sé). Tanto nervosismo e intolleranza ha la sua radice anche qui: vorremo gli altri uguali a noi. Ci disturbano infatti quelli che ‘sentono’ differentemente da noi, chi non si organizza come noi, chi non ha gusti, tradizioni, cultura, identità religiosa, lingua come noi. Ma ve la immaginate una terra fatta di cloni e di fotocopie. Buffo, poi, osservare un sacco di giovani e di meno giovani che si illudono di essere originali e di distinguersi per il solo fatto di scoprire l’ombelico o di frequentare i pubs più gettonati, senz’accorgersi che così fan tutti. Un sogno, allora da condividere quello di Pentecoste: la Comunione delle differenze. Dove la differenza non si arrocca, non si avvita su di sé, ma impara ad apprezzare la differenza altrui e crea con essa, e grazie ad essa, comunione e famiglia. Non è forse questa la domanda attuale della nostra terra sempre più globalizzata? Don Fabrizio 04.05.2004

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Il Figlio

Mi piace partire dall’immagine del figlio, che in fondo è la nostra radice, la nostra identità, per interpretare la cultura nella quale ci muoviamo. In passato ho riflettuto a lungo sulla ‘morte del Padre’ decretata dall’ultimo scorcio di fine secolo. Quindi morte delle istituzioni, delle tradizioni, dell’autorità… della memoria, nel nome di un futuro svincolato da rigidità e legami, tutto pieno di libertà. I figli che hanno messo a morte il padre si ritrovano certamente liberi, ma altrettanto certamente disorientati, smarriti, ma forse non ancora consapevoli appieno del loro smarrimento perché ancora ebbri di una libertà ed emancipazione appena conquistata. Figli talmente smarriti e confusi da aver dimenticato la loro bellezza e dignità di figli. Ecco la mia tesi, o meglio: tesi di  alcuni analisti di area cattolica che condivido: i figli di oggi hanno dimenticato il Padre al punto da dimenticare di essere figli. Ahimè, grave perdita questa. Il figlio per natura sua è uno che viene generato: dai genitori, dagli educatori, dalle esperienze, dalla scuola, dagli amici, dal tempo, dalla terra… Per sé il figlio è tale perché vive una sana dipendenza da tutta una storia che gli è madre, che lo nutre, lo alleva, gli permette di essere quello che è. Il figlio se si mette ad osservare le cose dalla finestra della sua identità impara da solo a ringraziare, a stupirsi, ad esser contento per una vita che è generosa con lui, straordinariamente più generosa di quanto lui non lo sia con lei. Colui che guarda con occhio contemplativo intuisce la sua dignità di figlio, e la intuisce come realtà buona, anzi: molto buona. Il credente poi rafforza ulteriormente questa verità. Il credente contesta la presunzione di chi si crede padrone ed artefice assoluto della sua vita, della serie: ‘Io non devo niente a nessuno. Se ho qualcosa, me lo sono meritato’. Una certa fierezza per questo tipo di falsa libertà, anche se all’inizio può dare entusiasmo ed euforia, alla lunga lascia stranamente vuoti e freddi, non appaga. L’uomo credente avverte e afferra che tutto trova ed ha la sua sorgente in Dio, che è Padre ricco di bontà e di fantasia. E’ certo che pure lui è frammento concepito da questo Dio. Insomma, comprende con tutta la sua anima di essere figlio di questo Padre. Quindi non solo figlio di due genitori, ma figlio di questo Genitore. Ora, se la sua sorgente è divina, se il suo luogo di partenza è la misericordia e la bontà per eccellenza, è mai possibile che da questa sorgente scaturisca acqua inquinata? Dio non partorisce sgorbi, brutti anatroccoli, ma… figli… a sua immagine e somiglianza. Un tale figlio si sente avvolto, preceduto, accompagnato da una presenza amica, che è quella di Dio. Vive in relazione con Lui, senza sentirsi sminuito, bloccato, limitato. Non si immagina arrogantemente a partire da sé: ‘Cogito, ergo sum (Penso, quindi esisto)’ diceva Cartesio, ma a partire da Dio, dal Padre: ‘Cogitor, ergo sum (Sono pensato – da un Padre buono -, quindi esisto)’. La certezza di esserci perché si è stati voluti e amati, di esserci perchè Qualcuno ci ha preferito alla non esistenza, ci mette dentro la certezza di essere positivi, degni di amore, creature congegnate ad ‘immagine e somiglianza’, di essere figli, appunto. Tutto questo se vissuto non solo con la mente, ma con le energie del cuore, ha la capacità di suscitare stupore, di incantarci, di commuoverci. Il figlio che impara a riconoscersi così prova una grande pace dentro di sé, un senso gratificante di armonia. Sente il bisogno di restituire, di essere generoso con una vita generosa. Viene attratto irresistibilmente dal fascino dell’amore. Si sente capace di dare, di donare, di amare. L’ingratitudine e la presunzione partoriscono piccoli o grandi despoti che mangiano energie invece di distribuirne. Il figlio che ammazza il padre non imparerà mai a diventare padre. E ora abbiamo chiuso il cerchio. Solo la gratitudine genera gratuità, solo il figlio è in grado di essere padre. L’ingratitudine, l’avidità, la conflittualità violenta, la guerra, la paura non appartengono alla vocazione del figlio. (…)  30.03.2003

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Bellezza antica e sempre nuova…

NewmanPortrait-BlueSto leggendo in inglese di Newman ‘Prayers, Poems and Meditations’. E’ strepitoso! Traduco un breve passaggio: ‘La conoscenza di sé è alla radice di tutta la reale religiosa conoscenza… E’ vano, anzi peggio che vano, è un imbroglio e un inganno ritenere di comprendere le dottrine cristiane così, semplicemente lasciandosi insegnare dai libri, ascoltando sermoni… La conoscenza di sé è la chiave per arrivare ai precetti e alle dottrine della Scrittura’. Lo trovo di una bellezza folgorante.

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Santità con la muffa

Non intendo scandalizzare nessuno, ma quando penso alla parola ‘santità’ percepisco dentro di me una reazione istintiva di antipatia. E’ come se la santità fosse una vicina di casa poco attraente. Ecco dove sta il problema, che essa è uscita di casa per divenire la vicina sgradita. Il fatto è che mi evoca figure austere, pallide e ossute di Santi da altare con la smania dell’ascesi spirituale. Sembra compito per pochi addetti ai lavori, magari chiamati sin dall’eternità a votarsi e a svuotarsi per il Signore, roba per campioni olimpionici dell’anima che pur vincendo risultano sempre perennemente tristi. Confido, nello stesso tempo, che tale reazione in realtà lascia il posto, ed in fretta, quasi preparando la strada e provocandolo, ad un sentimento di curiosità e di fascino, proprio per la santità.  Infatti sono ricondotto a contemplare la santità biblica, quella vera, buona e finalmente attraente. Dalla sequenza delle pagine della Sacra Scrittura Dio si rivela come il Santo, il 3 volte Santo, il misericordioso, Colui che ama in modo totale e libero. Questo Dio troverà logico allora domandare con forza alla sua comunità: ‘Siate santi perchè Io sono Santo’ (cfr il Libro del Levitico). Comando ribadito ed interpretato dallo stesso Gesù: ‘Siate misericordiosi come il Padre vostro’ (Lc 6,36). Non è raro trovare in circolazione tra i credenti una forma di santità forzata e rigida. Chi la sceglie persegue il mito, perché improponibile oltre che irraggiungibile, della perfezione, e ahimè perfezione quasi sempre individualistica. Tipi simili sono dei gran lavoratori, stacanovisti, obbedienti ed irreprensibili. Temuti più che stimati. Troppa serietà però suona falsa e puzza. Visti da vicino, risultano appartenere alla categoria degli ‘affaticati  e stanchi’, dei cirenei controvoglia poco innamorati di ciò che portano e a rischio di depressione. Oppure si può individuare una santità al ribasso, mediocre e paradossalmente benedetta e raccomandata da qualche alto prelato. Mi è capitato un giorno di sentire un Vescovo del Nord che governa una piccola Diocesi del meridione che: ‘E’ bene andarci piano con i suoi preti! Poveretti, già è tanto che reggano al secolarismo imperante e non si becchino l’esaurimento nervoso. Se fanno la loro messa, curano il catechismo e l’Oratorio, danno una mano ai genitori a sistemare l’immancabile adolescente che dà di matto o a mediare le relazioni di una coppia che s-coppia questo mi basta’. Un realismo anche questo che sa più di sana organizzazione del lavoro, che di santità, o di donazione generosa, o di passione per le cose di Dio, o in definitiva di santità vera. E’ quest’ultima in fondo la santità che Dio desidera per tutti i suoi figli. Noi siamo congegnati proprio per questo, qui sta la nostra identità e la nostra vocazione: amare in modo gratuito e libero, donarsi con responsabilità, cercare il bene dell’altro. Una santità la nostra che domanda di essere declinata nella ferialità e banalità della vita, in modo corale e condiviso. Non c’è altra via per umanizzare la faccia della nostra terra, che lo si sappiano oppure no, che si sia credenti o meno. (06.06.2007)

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La paura primitiva

Usualmente trovo liberante e formativo raccontare l’esperienza drammatica della mia depressione a 32 anni. Dio mi ha lasciato macerare lentamente. Ora riguardandola posso solo benedirla e definirla la ‘mia storia di salvezza’. Non che mi consideri un arrivato. Non si può mai cantar vittoria. Tuttavia in quell’inferno interiore sono stato aiutato forzatamente a comprendere la mia verità e ad iniziare un percorso clinico, poi vieppiù formativo e vocazionale. Uno dei fondamentali che ho imparato è che ogni essere umano si porta dentro sin dagli esordi sulla scena della sua storia un ‘tarlo’, ovvero la paura di non valere. La domanda inconscia, quindi profonda e sconosciuta e proprio per questo pericolosa perché libera di agire essendo fuori controllo, suona più o meno così: ‘E’ proprio vero che conto?’. E’ come una ferita aperta, un sospetto che non dorme e che si agita, una paura primitiva, una domanda che non dà tregua. Dicevamo: un tarlo. Tale lavorio silenzioso può essere rinforzato da alcuni traumi più o meno gravi, più o meno fisiologici. Sto pensando a quelle inevitabili prove che si affacciano ad incominciare dal contesto famigliare ed educativo. Ovvio che non si resta inerti. Esistono allora delle strategie di lotta e di reazione istintive per venirne fuori, per guarire il dilemma. Si dà il caso che la quasi totalità i nostri tentativi sono votati miseramente al fallimento, o comunque non sono risolutivi, non convincono e non guariscono come dovrebbero. Molta sofferenza trova proprio qui la sua sorgente. Eccola allora la strategia del timido. Il tipo si chiude, tende ad isolarsi, se gli vien chiesto di intervenire pubblicamente arrossisce o impallidisce, il cuore gli batte a mille, guarda basso, non prende posizione. Il timido quasi rinuncia a lottare contro la sua paura: troppo faticoso. Preferisce obbedirgli e spessissimo non se ne rende conto. Crede di essere una persona educata e gentile, che non va in giro a rompere le scatole al prossimo e intanto lascia fare… anche alla sua paura. Oppure troviamo di segno opposto la strategia del bullo, del super-deciso, dell’uomo che sa il fatto suo con tutta una gamma infinita di espressioni autoreferenziali e autocelebrative. Ovvero il pauroso, colui che teme di valere poco, che si porta il peso di una certa disistima, si impone una falsa autostima, diventa Narciso, decide e si convince di essere il migliore. Il tutto anche in questo caso sempre senza avvedersene. Se le prestazioni e il consenso dell’ambiente possono dargli la percezione di valere veramente, in realtà il suo dubbio esistenziale continua a trascinarselo nel cuore. Narciso potrà solo illudersi di guarire. La stima che gli verrà dai suoi successi sul campo o dagli applausi degli altri potrà al limite rassicurarlo circa le sue bravure e le sue capacità, potrà essere sentita talvolta come intensa ed inebriante, ma rimane labile, bisognosa di essere rigenerata ad ogni piè sospinto domandando sforzi estenuanti. Il fatto è che i meriti dimostrati non placano, danno la certezza di valere per alcune abilità e competenze, ma non la certezza di valere al di là delle abilità e competenze, di valere per quello che si è, di valere per il fatto di essere figli, creature dell’uomo, creature di Dio. Lasciarsi finalmente amare senza la stupida presunzione di potercela fare da noi, di bastare a noi stessi, e imparando ad amare sul serio senza essere troppo preoccupati della nostra bella faccia è la strategia che può guarire la paura, darci la letizia profonda, la certezza gioiosa di valere. E da dove erano partiti un sacco di guai possono ripartire una serie di piacevoli  e provvidenziali benedizioni.  19.11.2007 dal ‘Bollettino delle Parrocchie della Valmeduna’

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Abbasso i preti che fanno politica!

‘Abbasso i preti che fanno politica e a tutti i cattocomunisti!’: così si sente mormorare o dichiarare ad alta voce anche nei nostri ambienti pastoralnazionali. Può esserci del vero. Infatti ci sono in circolazione cert’uni che trasformano le omelie in proclami elettorali o in programmi amministrativi. Non mancano poi, macchiette antiche e nuove, coloro che distribuiscono i fatidici ‘santini’ sopra la scrivania delle canoniche o spudoratamente al mercato paesano. In ogni caso, se togliamo l’anima politica e sociale al Vangelo, nella sua accezione alta e nobile, noi sfiguriamo il Vangelo stesso, lo deformiamo, lo riduciamo ad esercizio di pietà intimistica. La pagina della moltiplicazione dei pani e dei pesci è incontrovertibile. E’ testo di riferimento essenziale che assieme ad altri capitoli biblici rivela il pensiero sociale di Dio, la sua visione della città degli uomini. Lui domanda ai suoi figli, educandoli effettivamente e simbolicamente, la fraternità e la condivisione. Ieri, mentre consumavo la mia frugale cena serale, non per mancanza di cibo, ma forse per smanie dietologiche, sono sobbalzato sulla sedia disgustato ed incredulo. Il noto TG1 dopo 13 minuti di cronaca passa con sgradevole nonchalance al gossip estivo. Possibile!?! A ricordare l’urlo dei disperati nel corno d’Africa rimane solo il nostro Papa all’angelus domenicale? Ingioiellato alla bavarese via, come taluni sogghignano, ma tuttavia coerente e preoccupato. Dov’è finito il cattolicesimo sociale di inizio ‘900? E’ rimasto materiale per cultori delle foto in bianco e nero e per qualche appassionato di storia locale? ‘Voi preti occupatevi delle anime delle vecchiette, vicine alla meta finale! Lasciate che la politica la facciamo noi, maschi!’: bordata ricevuta a ripetizione da un amico, rappresentativa però di tutto un umore da retrobottega della nostra società e anche dei nostri ambienti parrocchiali. E chi sono i preti? Forse un terzo genere, neutro e asessuato, collocato tra femmine (o meglio vecchiette) e maschi? E che cos’è il Vangelo? Forse camomilla per vecchietti e donnine confuse?

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Partendo da Buddha

Bali-BuddhaOggi mi sono imbattuto in alcune immagini di Buddha selezionate da Google. Ricordo con lucidità la guida, preparata e puntuale, di un mio recente viaggio in India. Ci aveva fatto notare che il ritratto reale e originale di questo famosissimo riformatore dell’induismo era quello di un uomo sottile, asciutto, nemmeno lontano parente di certe rappresentazioni grassottelle del famoso ‘illuminato’. Il Buddha obeso quindi era merce per i turisti, per l’immaginario religioso di quanti amano un sacro opulento, fecondo, extralarge. Esiste allora un Buddha iconografico falso, turistico, superficiale, stereotipato. Sono del parere che il cattolico medio si porta in testa un sacco  e una sporta di stereotipi, di idee distorte e superficiali. Roba per turisti del sacro appunto, non per cercatori veraci. Uno di questi stereotipi è quello sull’umiltà che nulla ha a che fare con l’umiltà biblica. Qualcosa insomma di sgradevole, a meno che uno non ami le tinte grigiastre. Uno stato dell’anima che rimanda a sottomissione, a timore, a timidezza cronica e antipatica. Oppure ad una sorta di assenza di turbamento e di desiderio dell’anima che si esprime con un sorrisino innaturale sulle labbra, come certi Gesù oleografici così tanto popolari, a conferma dello stereotipo di cui parlavamo. Proviamo a guardare dritto in faccia Lui, il Gesù  storico al di là del fatto che si sia o meno credenti. Interessante leggere con attenzione il capitolo 11 di Matteo. Egli esalta i piccoli e gli umili di cuore. Lui stesso indirettamente si presenta come il piccolo e l’umile per eccellenza. Tuttavia non c’è ombra di incoraggiamento al servilismo, alla pusillanimità, alla remissività, al silenzio tipico dell’ultimo della fila. Non loda l’ignoranza e l’imbranataggine. Direi che non predica una calma surreale più vicina al Buddha orientale, dal quale siamo partiti, che hai suoi reali stati d’animo. La sua non è un’umiltà edulcorata, inalterata, eccessivamente beata ed angelica. Immediatamente prima delle sue battute sull’umiltà ci sono delle sferzate violente e spietate sulle città arroganti e quasi inconvertibili, la sua condanna quasi senza appello portata senza freno. E allora dov’è la sua bontà e umiltà? L’umiltà biblica allora è esercizio di un cuore intraprendente, libero, coraggioso e appassionato. E’ il Figlio che decide di obbedire al progetto del Padre, alla verità. E’ colui che mette al centro non il suo ombelico, ma la saggezza, la Torah, il mistero della vita. Questa è umiltà, l’essere relativi ad un Altro, o almeno al bene, a ciò che è giusto e che merita di essere scelto. Una calma troppo eroica, o una mitezza che non conosce  fremito dovrebbe insospettirci, altro che essere considerata virtù dell’uomo senza peccato originale. Prima o poi la falsa modestia, l’umiltà insincera viene allo scoperto. Il teatrino non regge e magari ci si scopre risentiti, smaniosi, scontenti, ambiziosi. Oppure ci conduce a svilirci, ad inaridirci per congelamento di energie. Forse a stufarci d’essere umili con modalità da repertorio nostrano, ma lontane dal fascino e dalla bellezza dell’essere autenticamente poveri  e piccoli. Ricordo quando ero in piena crisi narcisistica, respingevo con gentilezza al mittente ogni genere di complimento, interpretavo la parte dell’umile, ma segretamente godevo perché mi beccavo altri 5 punti nel sentir bisbigliare: ‘Caspita, che uomo, che prete! Tutto per gli altri, dimentico di sé!’. Capirai! L’umile ha la libertà di lasciarsi amare, anche e soprattutto quanto l’affetto viene gratuitamente al di là dei propri meriti. L’umile gioisce se viene riconosciuta la sua coerenza con il bene. Gli piace che l’attrazione per il bene sia stimata, dimostrando di non girovagare per elemosinare gratificazione in modo sottile, ma di essere contento d’aver fatto un servizio alla verità, che lui ama e alla quale fa la corte… da intraprendente!

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Aggregati londinesi

(Londra). Me le aspettavo queste folle londinesi, questi flussi, questi torrenti di esseri umani che si affrettano, s’affannano, si precipitano dentro gli intricati percorsi della metropolitana (Tube, così la chiamano). Eppure mi hanno sorpreso ugualmente. La differenza di volti, fogge, colori, lingue, tradizioni, intenzioni, provenienze è ancor più cosmopolita, globale, totale rispetto al 2002 quando arrivai qui per la prima volta. Un termitaio in continua sollecitazione e ebollizione nel quale è anche piacevole addentrarsi e quasi perdersi. Pensieri e sentimenti si generano in fretta di fronte a tale spettacolo. Ne prendo al volo almeno tre. Fin dai banchi delle Medie in Seminario i migliori e più intelligenti formatori insistevano nel dirci che l’uomo è unico ed irripetibile. Dove mi trovo si fa l’esperienza di questa verità all’ennesima potenza, in modo visivo ed incontrovertibile. Stupefacente esuberanza che rivela la bellezza e la ricchezza del Dio in cui crediamo differente da noi, sempre Altro  e che dispone alterità e differenza. Quanto meschini allora i nostri progetti per lo più inconsci dove tentiamo disperatamente di tenere gli altri sotto tiro e sotto controllo, quasi per renderli omologati ed uguali, a nostra immagine  somiglianza. E quanto commoventi di converso gli spazi che riusciamo a creare dove abita l’accoglienza, l’apprezzamento e la comunione delle differenze, la condivisione. Nonostante ci si esibisca in apparenze bizzarre, per dir poco, o si scoprano gambe e seni in modo deliberatamente provocatorio, o ci sia chi a 5 cm. di distanza, mentre risponde al cellulare, ti sta urlando letteralmente nelle orecchie, la Tube di Londra è luogo dove si incrocia una umanità ‘polite’, gentile, discreta, rispettosa dei turni e delle code, non chiacchierona e caciarosa, politically correct insomma. Tuttavia non convince. C’è un non so che di solitudine nello sterminato e cangiante scorrere di sagome. Ci si sfiora e si rischia di urtarsi, ma non ci si incontra. Ci si scambiano sguardi discreti e indiretti, ma non ci si guarda negli occhi. Ci si vede, ma non ci si riconosce. Ed è allora che si recupera la bellezza di appartenere a piccole comunità dove sono possibili relazioni di qualità, accompagnate dalla luce di un sorriso e dal profumo dell’amicizia. Ovvio, dico questo senza voler mitizzare il paesello, e scadere così nel patetico e nel provinciale. L’ultima considerazione è di tipo religioso. Quale potente sfida pone l’agglutinarsi di gente dalle provenienze così disparate alla fede? Ecco, il rimescolamento ininterrotto, costante che attraversa tutti i paesi europei, potrebbe essere avvertito come disturbo  e fastidio, oppure come occasione provvidenziale per annunciare un Dio che ama le differenze e che si nasconde in esse, per mettersi in discussione, per ascoltare ed imparare, per condividere, per cercare assieme le verità, o meglio ancora la Verità.

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Santa Cleopatra!

Molti si ricorderanno un simpatico Film di Roberto Benigni ‘Johnny Stecchino’ del 1991 dove la coprotagonista Nicoletta Braschi (moglie del Benigni) ad ogni piè sospinto intercala la sua volutamente goffa, sensuale e tenerissima interpretazione con l’esclamazione: ‘Santa Cleopatra’. Sembra una ridicolaggine, fin troppo banale per il nostro bravo Benigni, ma alla fine risulta geniale. E’ il segno di una donna che vede in profondità, che sa sdrammatizzare. La sua scelta finale appare perfida (nella finzione del Film ovviamente), e tuttavia non perde il fascino della sua intelligenza e abilità nel ridimensionare le esagerazioni del vivere. Pensavo che ‘Santa Cleopatra!’ fosse una ripresa ironica della famosa regina egizia, ed invece scopro che esiste veramente una santa con tale nome. Ma questo poco importa! Ciò che mi interessa è esortare all’arte della sana e santa ironia. Sta infoltendosi il gruppo di colore che provano amarezza e preoccupazione per quello che sta accadendo nel tessuto sociale, nelle relazioni ordinarie e pure dentro ai recinti ecclesiali. E’ vero: sta emergendo come virus trasversale un imbarbarimento culturale, un appiattimento verso il basso, una perdita di senso e di verità. Così rispondevo ad un amico il mese scorso che triste mi elencava una serie di mali antichi e nuovi (l’incredulità di Tommaso, il tradimento di Pietro, la domanda dell’apostolo Filippo, il fastidio di un cristiano alla porta della Chiesa di fronte ad un mendicante, il recente caso di pedofilia della Chiesa Italiana, le tentazioni demoniache varie…): ‘Condivido la tua apprensione. Tuttavia credo che tu debba, dentro al tuo arrovellamento, esercitare la virtù del discernimento. Non c’è tutto da buttare. Le domande di Filippo e di Tommaso sono un’ottima occasione di approfondimento del mistero. Il mendicare di fronte alle Chiese al 90% nasconde altri tipi di problematiche, che il soldino del cristiano sensibile rischia di coprire inconsapevolmente (la Caritas diocesana in tal senso avrebbe molto da insegnare). Il ruolo del demonio esiste eccome, e nel contempo non va enfatizzato quasi stessimo combattendo la guerra finale. Quindi io ritengo sia utile non drammatizzare eccessivamente perché andremo a finire col rincarare la dose facendo esattamente il gioco dell’Ingannatore. La preghiera di cui mi parli va praticata, ma accompagnata prima-durante-dopo dal discernimento. La Lectio Divina che hai appreso da un paio d’anni ti dovrebbe fornire le coordinate, gli strumenti, la coscienza per valutare e soppesare… per stanare il male e per apprezzare il bene, per metterti in stato di penitenza e per godere delle grazie accordate, per lasciarti in definitiva attrarre dalla Verità ed accompagnare da essa, altrimenti la lotta appare quasi disperata. Il figlio che affronta la lotta non è un ardito che si getta nella mischia affidando l’anima al Padreterno, ma un innamorato che proprio per questo non si dà per vinto e con fiducia gioiosa è pronto a far dono della vita. E ogni tanto esclama pure con gusto: ‘Santa Cleopatra!’’’.

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Vergine impossibile?

Scherzando con un amico, affermavo che oggi di vergine rimane l’olio di oliva o un certo tipo di lana. Forse anche quelli taroccati dai soliti cinesi. Al di là della battuta, abbiamo dimenticato che vergine è come dire innamorato, sposo, generoso e non frigido, stanco, pauroso di sesso e famiglia. Parlare di verginità potrebbe suonare proprio stonato,  sembrare fuori moda come il raccomandare una bella virtù alla quale credono ormai solo alcuni gruppi di tenaci settantenni. Nella migliore delle ipotesi potrebbe essere considerata un affare privato, come una sorta di eroismo, di sfida della quale vantarsi. Insomma un obiettivo più voluto che amato. Ma che ci stanno a fare i preti, i frati, le suore, i celibi per il Regno, le vergini consacrate… sono dei singles gelosi della loro autonomia, degli sterili ed inconcludenti zitelli, degli esseri che hanno dichiarato guerra aperta ai sentimenti, delle calotte polari? O dei poveretti da compatire, dei castrati volontari, dei votati alla tristezza della continenza? Oppure, è sbagliato sostenere che sono creature ferite dall’Amore, ammalate della nostalgia di Dio, piene di desiderio e di passione per il Bello? Qualcuno non smette di credere nel Vergine per il Regno, una sorta di vocazione ad essere segno radicale di passione assoluta per il Vangelo e per l’uomo. S. Agostino direbbe che noi siamo fatti da Dio e quindi fatti per Dio e che allora il vergine è chiamato a ricordare  questa verità che appartiene a tutti. Ovvero tutti sono chiamati a vivere una verginità ‘larga’, ad essere dono. Che lo vogliamo o no, un pezzo del nostro cuore rimarrà vergine, nessuno potrà occuparlo se non Dio, l’Amante, lo sposo geloso. Altro che paura  e meschinità! Altro che roba vecchia, da museo degli oggetti religiosi  e polverosi!

 

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