Impressioni Keniote

Rielaborando nel cuore e nella mente l’intensa esperienza del visita alle nostre missioni diocesane in Kenya che ho compiuto a Gennaio di quest’anno, mi fa piacere condividere alcune impressioni. Premetto che nel 1991 fui contattato ripetutamente da Mons. Sennen Corrà e da Don Romano già allora missionario in Kenya per unirmi al progetto missionario della Diocesi in Africa. Si trattava di dare il cambio agli altri preti ‘fidei donum’. Allora si parlava di un turnover di una decina di anni. La richiesta la respinsi al mittente, e a conti fatti forse lo Spirito me l’ha suggerita essendo in quel periodo così immaturo e fragile.

Ad ogni modo, Don Elvino, don Romano, le Suore delle Parrocchie di Mugunda e di Sirima, i missionari e le missionarie incontrati, religiosi e laici vivono il loro servizio, che domanda oggettivamente coraggio e dedizione totale, con la più assoluta naturalezza e normalità. Quando arrivano i complimenti li accettano volentieri, ma mal sopportano essere definiti eroi e caschi blu del Vangelo. Questo tratto del loro profilo li rende ancor più convincenti. A ben pensarci l’ipotesi di essere chiamati a dare la vita nella sua interezza non è così remota da quelle parti. Eppure il tutto è affrontato con spontaneità. È la normalità del Vangelo, è la normalità della Verità della vita: dono ricevuto che tende a divenire dono restituito ad iniziare dagli ultimi.

La seconda impressione la ricavo dalla differenza abissale tra il nostro mondo occidentale e il mondo del popolo africano. Differenza culturale, emotiva, storica, ambientale… ecclesiale, politica. La nostra idea di verità, di persona, di tempo non è nemmeno parente lontanissima della loro. Nel processo lento, paziente, intelligente e creativo di inculturazione e di evangelizzazione ho notato in loro una matura e forte accettazione della differenza. Accettazione che non significa approvazione, ma libertà di permettere che le cose siano così, disponibilità a misurarsi con ciò che non torna nei propri schemi, valorizzazione del buono che c’è in tutti e in tutto.

Importante questa lezione che arriva dal Kenya per noi così insofferenti per tutto ciò che suona diverso, smaniosi di rendere l’altra nostra immagine e somiglianza, incapaci di fraternizzare con chi non rientra nei nostri gusti. Mi sia consentito una battuta sul mal d’Africa. A lungo ho cercato di indagare sul virus del mal d’Africa. Ho compreso che è una sorta di innamoramento cronico del sorriso, dell’ospitalità, dell’espressività, degli odori, dei profumi e dei colori africani che riempiono gli occhi, la mente, il cuore, la memoria. È possibile ed è giusto che anche noi ce ne lasciamo salutarmente contagiare.

A proposito di Africa e di poveri, spiace in questo scorcio di stagione sociale e politica assistere a tanta fermezza sul fronte della sicurezza non controbilanciata da una effettiva proposta di sviluppo e di giustizia. Per rendersi conto di questa aperta contraddizione, non copribile da proclami televisivi portati con una faccia tosta intollerabile, è bastevole spendere una decina di giorni con i missionari fuori dagli scontati itinerari turistici. Si evincerebbe che la mano dura e ferma è la medesima che affama insaziabile.

Da questo punto di vista la nostra accoglienza non dovrebbe essere minima, ma la risposta minima che ci si aspetterebbe.

(09.08.2009 – dal Bollettino delle Parrocchie della Val Meduna)

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One thought to “Impressioni Keniote”

  1. MACKAN ABBA
    “No problem, no problem, mackan abba”.
    Non riesco a capire, cosa vuol dire ‘mackan abba’… Mastico qualche parola in lingua straniera, ma questa frase è senza senso, è assolutamente incomprensibile.
    Nel loro parlare vuol dire: “Ho da mangiare”. Però, hai solo quello, solo questo. No, ho anche Dio e tutto il resto.
    Il resto cosa? La bellezza del cielo, dei figli e una sposa, la speranza e la fede in chi ha creato l’universo. La povertà è la mia ricchezza, la pace è il mio insuperabile ed immenso tesoro, ed il poter dire: “Oggi io e la mia gente ‘mackan abba’, abbiamo solo da mangiare!”

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