Uccellaccio del malaugurio

Nel Settembre 2011 sono stato invitato da una Parrocchia vicina ad animare la ricorrenza della Madonna Addolorata. L’appuntamento mi ha dato modo di chiarirmi ulteriormente alcune convinzioni circa il mistero del dolore. Normalmente o si glissa la realtà del male o se ne parla con una morbosità fuori posto. Poco, o addirittura pochissimo, se ne parla proponendone una integrazione, e così resta materiale che ci fa soffrire, che ci esaspera, contro il quale (giustamente) lottiamo rinunciando tuttavia a trasformarlo, a strizzare il succo di grazia che contiene. Espongo innanzitutto un paio di premesse sui miei gusti spirituali e circa i gusti di Dio. Il sottoscritto non ama il dolorismo, il piacere malato di parlare di disavventure e cose tristi, meglio se fatto sottovoce. Per esempio, la spiritualità funerea e plumbea di certuni che vanno  a far visita agli ammalati con l’aria melanconica ed irritante dell’uccellaccio del malaugurio. Da una lettura attenta e critica delle pagine bibliche non emerge mai, nemmeno nelle pagine più violente, l’immagine di un Dio dai gusti sadici, nemmeno quando si fa riferimento alla sua ira. Un Dio che dispensa sofferenze e dolori, che infierisce con crudeltà divertendosi sulle sue creature. Tutt’altro! Veniamo ora, fissando lo sguardo sulla Madre del Signore, alla relazione tra il dolore di Maria e il suo cammino di fede. E’ una relazione educativa per noi e che esprime dei punti fermi estremamente interessanti. Ne colgo almeno tre. Il dolore in Maria non umilia ed uccide la sua maternità, ma la allarga, la rende feconda. Il ‘figlio’ che sta sotto la croce rappresenta l’uomo di sempre, tutti gli uomini, tutta la Chiesa. Di fronte  a tale ‘figlio’ a Maria viene rivelato: ‘Donna ecco tuo figlio!’. E’ come una seconda vocazione, una chiamata ad essere la madre dei figli. Quindi, il male, la sofferenza può abbruttirci, gettarci nella disperazione o… renderci fecondi. Esso nasconde una misteriosa e sorprendente chiamata. Inoltre il dolore rende Maria la donna obbediente. In un passaggio della Lettera agli Ebrei si descrive il Figlio morente come sacerdote che dona la vita con queste parole: ‘Pur essendo Figlio imparò l’obbedienza da ciò che patì’. Verità biblica questa estensibile alla Madre.  Dio non la costringe, non la piega quasi stritolandola con il dolore. La lascia libera. Solo nel dolore in ogni caso l’obbedienza diviene radicale, vera, totale, perché non ci sono scappatoie, vie alternative, sospensioni. Si può solo rinnegare o… accogliere. Ecco allora la conferma di coloro che sostengono che una fede non provata rimane bambina, non cresce, non matura.  Ed infine il dolore la trasforma in donna compassionevole. AvvoltonioChi non ha patito che ne sa della compassione, della consolazione e della speranza? Ricordo una decina d’anni fa un gruppo di preti incontrati in un monastero dalle parti di Fabriano confidarmi le lamentele circa il loro Vescovo esigente ed intransigente, ovvero privo di misericordia. Alcuni di loro lo avevano ripreso con parole franche: ‘Lei Eccellenza non sa che cosa vuol dire star male, e quindi non può capire quelli che stanno male e non sa nemmeno come far star bene quelli che ora stanno male!’. Maria donna e madre passata sopra i carboni della prova interceda per noi e ci doni la consolazione della speranza.

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Molleggiato o smolleggiato?

Tanto bravo e straordinario come cantante, quanto pessimo e penoso come predicatore televisivo il nostro Celentano, avendo poi siglato almeno due clamorosi autogol in due consecutive serate sanremesi. Curiosa e confusa la sua spiritualità, checché ne dica l’amico prete. Si contesta la ‘politica’ di Famiglia Cristiana, quasi esclusivamente terrena a suo dire, e si spara sulla ‘politica di Dio’, che poi dovrebbe interessarsi anche dell’uomo e del terreno. Le considerazioni dell’improbabile guru mi solleticano a condividere una serie di valutazioni sulla/e spiritualità in circolazione nei crocevia delle nostre Parrocchie. Gettonatissima e in progressiva ascesa, quasi la number one delle top ten, la spiritualità delle bollicine o se si preferisce all’idromassaggio. Emotiva e superficiale, devozionistica e priva di riflessione. Chi la pratica se ne sente appagato e fiero. E’ di facile fruizione e gode di immediato consenso. Ricordo come uno dei suoi rappresentanti, durante una conversazione telefonica a Radio Maria, tutto tranne che Radio trasgressiva, veniva redarguito dall’anziano sacerdote conduttore. Lo speaker, credo fosse uno stagionato biblista, si infastidiva che la preghiera venisse trattata alla stregua di una potente aspirina o di un anestetico dell’anima. Un tempo in Seminario la si definiva con un termine onomatopeico la ‘Spiritualità del Ciu Ciu’. Frivola, femminea, senza spina dorsale. L’unica ambizione dei suoi addetti è: ‘Che bene che si sta!’.  Accanto a questa ne sta risorgendo una trionfalistica, della serie ‘Dio è strapotente! Basta affidarsi e… se non si risolve il problema è perché si è pregato male o non ci si è fidati a sufficienza della sua fantomatica forza!’. Agli adepti di tale corrente basterebbe rispolverare l’acuto S. Paolo, amante del vero volto di Dio, non di quello deformato e sagomato in accordo con le nostre fantasie eccessivamente terrene, in quale confessava: ‘Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso’. (1Cor 2,2) Affiliati a, o filiati da, questa corrente religiosa ci sono i patiti della pastorale del risultato, rampante e concentrata ad incassare il successo numerico. Talvolta si innescano qui un concentrato esplosivo di rivalità con comunità vicine, entusiasmi e strani nervosismi parenti vicini dell’aggressività  e della depressione. Oppure esistono le spiritualità a senso unico. Troppo colte e misticheggianti, incantate da ciò che vedono come Pietro sul Tabor, o in altri casi sbracate e semplicione, tese a concentrasi unicamente, rischiando di annullarsi, sulla ‘pastorale della polenta e costa’. Risultano così burlone e superficiali avendo per motto ‘Basta volerse ben e star col Papa’. Secondo me Celentano aveva intuito qualcosa di vero, andando a finire però completamente fuori strada. La spiritualità, la vita animata dallo Spirito, il credente verace, la Chiesa che profuma di Vangelo si occupa e deve occuparsi di paradiso e di inferno, di cielo e di terra, di grazia e di peccato, di luce e di tenebre, di eternità e di storia in un dialogo polare, in un abbraccio, in uno scambio incessante dove la saggezza sta nel tener insieme i due estremi senza diventare estremisti, ma costruttivi e convincenti.

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The last temptation

Ricordo che quand’ero prete da pochissimo andammo con un gruppetto, tra cui c’era un secondo confratello, a vederci ‘L’ultima tentazione di Cristo’ di Martin Scorsese al cinema Verdi di Pordenone. La pellicola era ispirata ad un romanzo omonimo di uno scrittore greco. Fu una delusione amara. Provai un disagio misto a stizza nell’ascoltare gli sghignazzi della platea mentre il film indugiava su simboli grotteschi e pacchiani, e sulle immancabili scene erotiche della Maddalena che ‘si faceva Gesù’ dentro ad una specie di chalet austriaco immerso in un campo fiorito. Ciò che mi ha disturbato di più fu l’ermeneutica dell’ultima tentazione. Giustamente veniva collocata sulla croce. Era la croce, ma in chiave sessuale. Che tristezza! Non dico questo con animo da finto casto e puritano. La vicenda di Gesù veniva interpretata con una banalità e demenzialità olimpioniche. Sulla croce Gesù ha sofferto certamente la tentazione dell’uomo, dell’Adam, di Israele, della Chiesa, dell’umanità di ieri, di oggi e di sempre. La tentazione di usare la violenza, di ridurre il tutto ad esercizio di forza politica, di prendere la via breve della magia. Di saltare, in altre parole, la regola, il metodo e la sostanza dell’amore. Gesù ha superato la prova scegliendo la fedeltà e il dono di sé. Approccio strampalato quello dello Scorsese che ha obbedito alle sue fantasie più che alla storia e alla teologia. Altri, non solo il suo, vanno ad allungare la lista degli approcci improbabili alla tentazione, degli atteggiamenti non costruttivi per affrontarla. Esiste un approccio allegro ed ingenuo, eccessivamente smaliziato della serie: ‘Tanto lo fanno tutti!’. Ci permettiamo di vedere, di frequentare, di fare tutto pensando da superficiali che saremo esenti da contraccolpi. Oppure di converso, talvolta spunta un approccio angosciato e terrorizzato in chi trasforma le cose in tentazione e la tentazione in peccato. Esiste infine un approccio intelligente, di quanti riescono a trasformare la tentazione in una feconda Quaresima. Qui l’ora della prova diviene l’ora di Dio. La crisi vista così è provvidenziale, salutare perché costringe a prendersi in mano, a metterci di fronte a Dio, a piegare le ginocchia davanti a Lui, ad arrivare a delle decisioni con libertà, a crescere, a centrare la nostra verità e vocazione… da non confondere con i due minuti di eccitazione partoriti da una creatività contorta e sbracata. Il pericolo non sta nell’ultima tentazione, ma nel perdere l’appuntamento con la tentazione o peggio ancora quand’essa è l’ultima opportunità mancata. Lì Dio ci fa visita e si compie il nostro mistero.

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Conversione al timone

È veramente curiosa e saggia la parabola profetica del libretto di Giona. Si incontrano almeno due conversioni: quella della mitica città di Ninive, concentrazione di vizio e di violenza, e quella di Dio che si ‘ravvede’ del male minacciato. Manca all’appello quella di Giona. Il libro infatti termina tronco, siamo in attesa della sua risposta perché… spetta a noi. Su tale decisivo passaggio ci sono alcune note da non dimenticare. Vale ovviamente anche per lo scrivente. Ne richiamo alcune che presento in termini sintetici e un tantino scanzonati. Occhio allora alle conversioni rapide e radicali. È bene nutrire per tali repentini cambi di guardia una smaliziata diffidenza. concordia17L’autorevole San Tommaso insegnava che le leggi dell’animo umano, scritte dal Creatore, non si possono manipolare in quattro  e quattr’otto. Quando dura quindi una conversione? Inoltre non è da ingenui stare in guardia quando vediamo le tracce del moralismo o fiutiamo l’odore del volontarismo. La conversione è grazia, attrazione e desiderio. Le anime frigide e rigide da questo punto di vista sono quasi inconvertibili. Ed infine l’uomo in stato di conversione tende al bene, alla verità, a ciò che è giusto e buono. Da alcune settimane si è consumata in Italia la tragedia della nave da crociera ‘Concordia’. E’ stato uno spettacolo agghiacciante di immagini  e di contraddizioni. La nave si è rovesciata perché si è cercato altro rispetto a ciò che era bene fare e alla responsabilità. Quindi la conversione non è nemmeno una lontana parente della tristezza e della mortificazione, perché essa aspira alla gioia e alla festa per sé e per gli altri.

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Il terapeuta pic indolor?

È impressionante come Marco metta da subito in campo con insistenza ed energia il Gesù terapeuta. Evidentemente non il supermago dell’Oriente o una sorta di sbaragliatore titanico ed invincibile dei mali che affliggono l’uomo, ma Colui che guarisce, che consola, che si impegna di fronte a ciò che umilia e addolora senza tentennamenti, ma anche senza scorciatoie facili. Si è preso cura delle carni per segnalare che Dio si stava prendendo cura di tutto l’uomo, ad iniziare dal suo organo centrale, dal cuore come luogo del suo io, dei sentimenti, della libertà. La guarigione che abbiamo in mente è quella che domanda un lungo, paziente, fiducioso, diuturno processo che copre di fatto l’arco di una intera vita. Ci sono due forme di guarigione che qui mi piacerebbe evidenziare. Ecco la prima: l’indignazione. Sembrerà paradossale e strampalato, e tuttavia sono convinto che sia via intelligente e sanante. L’indignazione e la protesta sono uno dei primi passi da suggerire. E’sorprendente e persino scandaloso pensare che lamenti, imprecazioni, proteste coprono innumerevoli pagine bibliche. È sufficiente evocare i salmi o il libro di Giobbe. medicina-1 La rabbia, la pena, la ribellione, l’angoscia che il male genera sono materiale che può essere portato di fronte alla croce, nella relazione di fede. Si avvia così una lotta spirituale, credente, non semplicemente un arrovellarsi psicologico e depressivo. Ed è già preghiera, ricerca, guarigione appunto. Una seconda via liberatoria è la guarigione della memoria. Esiste un meccanismo di guarigione apparente e piuttosto comune: la rimozione, ovvero il nostro banale  e praticatissimo: ‘Basta non pensarci!’. Una drammatica illusione, o un equivoco che a lungo andare può costarci caro. Il materiale infetto, come una discarica abusiva, se viene allontanato e quindi accumulato ammala il cuore, produce un ‘percolato’ che fa sentire strani miasmi. Ovvio, il passato con le sue ferite non può essere cancellato, ciò che è stato è stato. In ogni caso possiamo accoglierlo, ridargli senso, integrarlo e alla fine guarirlo. Splendida figura quella di Santa Bakhita, tatuata in modo bestiale, e pensare che il suo nome significa ‘Fortunata’, eppure capace di trasfigurare le cicatrici permanenti da umiliazioni in motivo di gratitudine e di gioia. Potente farmaco di guarigione quello della fede, a riprova che il taumaturgo è ancora al lavoro.

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Servo inutile

E così il grande uomo stacanovista e nottambulo lo troviamo inchiodato a letto dolorante e infastidito, talvolta rabbioso. Uno spettacolo non proprio esaltante e una testimonianza povera. Dura prova per uno come me che ha il vizietto cronico di tener tutto sotto controllo e di non dover ‘dipendere’ dagli altri, preoccupato di dare un’immagine fresca ed aitante di sè. Avevo programmato anche i tempi del mio recupero, ma quelli li sta dettando il mio corpo e il volere della provvidenza che non coincide con il mio. Eppure avverto che dentro alla mia infermità si sta compiendo un mistero grande, di cui intuisco la forza e la fecondità. Uno degli elementi fondamentali della mia spiritualità, se non il centrale, è il Magnificat di Paolo, o la sua confessione di fede che si trova nella sua lettera più autobiografica (la seconda ai Corinti): ‘Quando sono debole è allora che sono forte’. Paolo irruento e narcisista doc si era lamentato ad oltranza per un limite di cui soffriva, una sorta di ‘spina nella carne’ come lui la chiama. Si era sentito rispondere da un Dio che non lo accontentava con la guarigione/liberazione: ‘Paolo ti basta la mia grazia, la mia forza si rivela pienamente nella tua debolezza’. Paolo impara allora a trasformare i suoi guai in benedizione. Sono qui anch’io a provare a balbettare una preghiera di gratitudine perchè nel patire si impara a com-patire, si recupera un pò di santa umiltà, ci si ridimensiona, si gusta cosa significa lasciarsi andare senza veder nulla sapendo che i Suoi occhi ci vedono e che la Sua presa non verrà meno, si gode la libertà evangelica di farsi da parte perchè gli altri e l’Altro avanzino e crescano, senza fare l’imbronciato e il risentito. Strana e preziosa scuola quella della sofferenza. Perdonatemi, qualcuno quando parlo così non mi segue, non mi capisce o viene addirittura disturbato e allora taglia, preferisce ascoltare altro o farmi parlare d’altro. Ma qui sta la mia fede e la mia terapia profonda, e… la mia gioia. Quindi non posso tacere, sento il bisogno di condividere questo dono per il quale non avverto meriti, ma solo grazia. Da ultimo sono riconoscente al Signore perchè mi ha dato di fare esperienza per l’ennesima volta delle consolazioni riservate ai celibi per il Regno dei cieli: ‘Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi…’. (Cfr. Mc 10). Ho avvertito la comunità solerte, affettuosa, vicina, solidale con il suo pastore. Ringrazio preti e laici, amici, collaboratori (ora si preferisce la parola ‘laici corresponsabili’, ma ricordo che collaboratori è parola più biblica e figlia della parola greca, moderna e antica, ‘sinergia’), medici, conoscenti, ragazzi, giovani e anziani… per avermi accompagnato e sostenuto. Un Natale insolito per me quello del 2011, da ‘servo inutile’, che ha fatto un passetto in più nell’intendere l’energia e la saggezza nascoste nella debolezza. Non c’è nulla di triste e di tetro allora nel bellissimo affresco che ho ammirato a Greccio, luogo che ha visto il primo presepe della storia. Il bambino nelle braccia di Maria è fasciato con le bende funebri, la sua culla richiama un sarcofago, come a dire che la verità della vita è il dono di sè, è l’amore che si compie nella fragilità. Buon Natale!

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Pianto grato

Ho appena ripreso tra le mani alcuni appunti ideati a partire da una pagina di 1Re 3 dove si narra un sogno del giovane re Salomone. Sorprende notare che l’adolescente al potere non chiede successo, notorietà, forza militare, denaro, donne… ma sapienza e discernimento, giudizio ed intelligenza.  Salomone in altre parole chiede un cuore pronto ad apprendere, capace di interrogare e di lasciarsi interrogare, insomma un cuore ‘docibile’. Annotavo ironicamente, sempre tra le mie carte, come talvolta educatori, rettori, preti, animatori si gongolano nel vedersi circondati da una folta squadretta di disciplinati e di ‘docili’ discepoli, lusingati da tanta quietezza e ordine ed, ahimè, scordandosi di scrutarne il cuore per verificare se è aperto alla formazione, se è ‘docibile’ appunto, sensibile alle provocazioni divine, alle visite della provvidenza. Gettando uno sguardo in profondità, nelle mie regioni remote, ripensando all’intensa giornata di oggi, con i miei che celebravano il loro 50° di matrimonio, ad un tratto mi sono scoperto a singhiozzare come un bambino, o meglio sono scoppiato in un pianto di gratitudine e forse di liberazione, sentendomi un tantino in colpa, per non aver restituito a dovere per il sovrabbondante dono goduto come figlio. Genitori sicuramente imperfetti, ma comunque coppia solida  e bella, esperta nell’avermi allenato ad interpretare la vita come vocazione, abile nell’avermi introdotto alla relazione con il Mistero, splendida nel testimoniarmi quanto le ferite e il dolore contengono luce, generosissima nell’amore. E così dall’incanto della loro tenerezza e fedeltà di sposi e di genitori, se m’avvicino con discrezione e con animo ‘docibile’, continuo ad imparare la fortuna di essere loro figlio e figlio dell’Altissimo… e riprendo a versare calde lacrime, mi sciolgo in un pianto formativo che avverto alla fine come consolazione e grazia.

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Mamma mia che Babele!

In questo scorcio di storia conflittuale e tesa, ma pur sempre storia benedetta dalla Grazia, mi piace andare con  la memoria all’immagine della Pentecoste. E’ un affresco pieno di speranza. A Pentecoste lo Spirito, la Ruah Jahvè, il Respiro forte di Dio fa irruzione nella stanza dove erano raccolti i discepoli del Risorto. Animati dalla Sua presenza iniziano a parlare lingue differenti: le lingue dell’area mediterranea e dell’area mesopotamica. Le lingue del villaggio globale di allora. E comunicando in lingue diverse si capiscono e vengono capiti. Nasce così embrionalmente un’Antibabele, una umanità riconciliata, una famiglia dove ci si intende. Questo è il sogno di Dio. Questo è il suo progetto sulla storia. Questo è ciò che accadrà nella sua interezza e intensità nell’eternità. Il desiderio di Dio si chiama: comunione delle diversità. Comunione quindi, non confusione, lacerazione, dispersione, divisione. Quanto sciocchi allora certi individualismi personali e financo di gruppo (la ‘mia’ famiglia: delle altre non mi interessa; il ‘mio’ partito, la mia Congregazione, la ‘mia’ Parrocchia, la ‘mia’ cultura…). Un’affermazione iper-accentuata e fissata del proprio ‘Io’ che non sente più necessario e bello il dialogare con il ‘Tu’ per fare comunione con lui. Nascono qui le varie solitudini, le conflittualità, i nazionalismi esasperati e radicaloidi… nasce qui Babele. Tutto ciò che si muove, dentro e fuori la Chiesa, nella logica della cooperazione, dell’ascolto, della fraternità  e della comunione ha a che fare con il Regno di Dio, è esperienza umana da benedire e già benedetta da Lui, il Dio amante della comunione, il Dio Trinitario che è in sé comunione delle differenze. Comunione, dicevamo, ma anche diversità.

Il Creatore stesso crea e vuole la diversità, la differenza. L’omologazione, l’appiattimento, l’uniformità lo angoscerebbe. Interessante l’analisi di chi scorge nella nostra cultura occidentale i segni di una ‘omosessualità latente’. Non nel senso che siamo tendenzialmente omosessuali e lesbiche (da un punto di vista sessuale), ma dall’atteggiamento omosessuale, cioè di chi mal tollera la differenza (l’omosessuale infatti è innamorato di chi è uguale a sé). Tanto nervosismo e intolleranza ha la sua radice anche qui: vorremo gli altri uguali a noi. Ci disturbano infatti quelli che ‘sentono’ differentemente da noi, chi non si organizza come noi, chi non ha gusti, tradizioni, cultura, identità religiosa, lingua come noi. Ma ve la immaginate una terra fatta di cloni e di fotocopie. Buffo, poi, osservare un sacco di giovani e di meno giovani che si illudono di essere originali e di distinguersi per il solo fatto di scoprire l’ombelico o di frequentare i pubs più gettonati, senz’accorgersi che così fan tutti. Un sogno, allora da condividere quello di Pentecoste: la Comunione delle differenze. Dove la differenza non si arrocca, non si avvita su di sé, ma impara ad apprezzare la differenza altrui e crea con essa, e grazie ad essa, comunione e famiglia. Non è forse questa la domanda attuale della nostra terra sempre più globalizzata? Don Fabrizio 04.05.2004

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Il Figlio

Mi piace partire dall’immagine del figlio, che in fondo è la nostra radice, la nostra identità, per interpretare la cultura nella quale ci muoviamo. In passato ho riflettuto a lungo sulla ‘morte del Padre’ decretata dall’ultimo scorcio di fine secolo. Quindi morte delle istituzioni, delle tradizioni, dell’autorità… della memoria, nel nome di un futuro svincolato da rigidità e legami, tutto pieno di libertà. I figli che hanno messo a morte il padre si ritrovano certamente liberi, ma altrettanto certamente disorientati, smarriti, ma forse non ancora consapevoli appieno del loro smarrimento perché ancora ebbri di una libertà ed emancipazione appena conquistata. Figli talmente smarriti e confusi da aver dimenticato la loro bellezza e dignità di figli. Ecco la mia tesi, o meglio: tesi di  alcuni analisti di area cattolica che condivido: i figli di oggi hanno dimenticato il Padre al punto da dimenticare di essere figli. Ahimè, grave perdita questa. Il figlio per natura sua è uno che viene generato: dai genitori, dagli educatori, dalle esperienze, dalla scuola, dagli amici, dal tempo, dalla terra… Per sé il figlio è tale perché vive una sana dipendenza da tutta una storia che gli è madre, che lo nutre, lo alleva, gli permette di essere quello che è. Il figlio se si mette ad osservare le cose dalla finestra della sua identità impara da solo a ringraziare, a stupirsi, ad esser contento per una vita che è generosa con lui, straordinariamente più generosa di quanto lui non lo sia con lei. Colui che guarda con occhio contemplativo intuisce la sua dignità di figlio, e la intuisce come realtà buona, anzi: molto buona. Il credente poi rafforza ulteriormente questa verità. Il credente contesta la presunzione di chi si crede padrone ed artefice assoluto della sua vita, della serie: ‘Io non devo niente a nessuno. Se ho qualcosa, me lo sono meritato’. Una certa fierezza per questo tipo di falsa libertà, anche se all’inizio può dare entusiasmo ed euforia, alla lunga lascia stranamente vuoti e freddi, non appaga. L’uomo credente avverte e afferra che tutto trova ed ha la sua sorgente in Dio, che è Padre ricco di bontà e di fantasia. E’ certo che pure lui è frammento concepito da questo Dio. Insomma, comprende con tutta la sua anima di essere figlio di questo Padre. Quindi non solo figlio di due genitori, ma figlio di questo Genitore. Ora, se la sua sorgente è divina, se il suo luogo di partenza è la misericordia e la bontà per eccellenza, è mai possibile che da questa sorgente scaturisca acqua inquinata? Dio non partorisce sgorbi, brutti anatroccoli, ma… figli… a sua immagine e somiglianza. Un tale figlio si sente avvolto, preceduto, accompagnato da una presenza amica, che è quella di Dio. Vive in relazione con Lui, senza sentirsi sminuito, bloccato, limitato. Non si immagina arrogantemente a partire da sé: ‘Cogito, ergo sum (Penso, quindi esisto)’ diceva Cartesio, ma a partire da Dio, dal Padre: ‘Cogitor, ergo sum (Sono pensato – da un Padre buono -, quindi esisto)’. La certezza di esserci perché si è stati voluti e amati, di esserci perchè Qualcuno ci ha preferito alla non esistenza, ci mette dentro la certezza di essere positivi, degni di amore, creature congegnate ad ‘immagine e somiglianza’, di essere figli, appunto. Tutto questo se vissuto non solo con la mente, ma con le energie del cuore, ha la capacità di suscitare stupore, di incantarci, di commuoverci. Il figlio che impara a riconoscersi così prova una grande pace dentro di sé, un senso gratificante di armonia. Sente il bisogno di restituire, di essere generoso con una vita generosa. Viene attratto irresistibilmente dal fascino dell’amore. Si sente capace di dare, di donare, di amare. L’ingratitudine e la presunzione partoriscono piccoli o grandi despoti che mangiano energie invece di distribuirne. Il figlio che ammazza il padre non imparerà mai a diventare padre. E ora abbiamo chiuso il cerchio. Solo la gratitudine genera gratuità, solo il figlio è in grado di essere padre. L’ingratitudine, l’avidità, la conflittualità violenta, la guerra, la paura non appartengono alla vocazione del figlio. (…)  30.03.2003

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Bellezza antica e sempre nuova…

NewmanPortrait-BlueSto leggendo in inglese di Newman ‘Prayers, Poems and Meditations’. E’ strepitoso! Traduco un breve passaggio: ‘La conoscenza di sé è alla radice di tutta la reale religiosa conoscenza… E’ vano, anzi peggio che vano, è un imbroglio e un inganno ritenere di comprendere le dottrine cristiane così, semplicemente lasciandosi insegnare dai libri, ascoltando sermoni… La conoscenza di sé è la chiave per arrivare ai precetti e alle dottrine della Scrittura’. Lo trovo di una bellezza folgorante.

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