Pasqua: risurrezione e speranza

Audio Omelia del 08.04.2012

Domenica 8 aprile 2012

Letture:   At 10, 34a. 37-43; Sal 117; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9

Dal vangelo secondo Giovanni
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

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Il chicco di grano che muore dà frutto

Audio Omelia del 25.03.2012

Domenica 25 marzo 2012

Letture: Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».
Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome».
Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!».
La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

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Disgregato e…disgregante!

Titolo curioso… o forse solo rompicapo inutile e che non merita investimento di energie… per me è una tesi interessantissima e verissima. Non intendo fare accademismi… senza averne i titoli, ma occuparmi della vita nella sua concretezza. Il titolo dice una cosa semplice pur nella sua complicazione espressiva: ciò che fa parte di noi e che non viene integrato (e quindi disgregato) nella nostra identità e nel nostro progetto vocazionale va per forza di cose per ‘gli affari suoi’ e, dal momento che comunque è un pezzo di noi, disturba, rovina, risulta come una sorta di palla al piede, addirittura può funzionare da elemento pericoloso, in ogni caso diviene disgregante. È una legge umana direi inevitabile. Ora mi piacerebbe operare un doppio sguardo: verso il passato e verso il futuro e cercare di dimostrare come tale tesi sia assolutamente attendibile. E cioè: una memoria, un passato non  integrato, con il quale non ci siamo riconciliati tende a disgregare, a far sentire il suo condizionamento, a toglierci libertà emotiva e intellettiva. Ancora, un presente e un futuro prossimo che contengono degli elementi che vengono percepiti come ostili, preoccupanti o quanto meno sgradevoli, che stentiamo a gestire in modo intelligente agiscono su di noi portando confusione, ansia, togliendoci libertà, destabilizzandoci, disgregandoci appunto. Fatta questa premessa, possiamo partire guardando il passato, la nostra storia personale o comunitaria. Pochi lo sanno, ma in tutti è presente e viva, esiste una memoria affettiva. L’essere umano registra le sue emozioni, soprattutto quelle a forte intensità e non le dimentica. Si perde la memoria dell’accadimento, dell’esperienza concreta, ma rimane in noi, come traccia indelebile, l’emozione generata da quella precisa esperienza. L’emozione archiviata poi esce, talvolta in modo dirompente, davanti a un qualsiasi motivo che anche solo per collegamento simbolico e vago richiama la prima esperienza. C’è in noi quasi una scatola nera contenente le emozioni primitive e che determina gusti, simpatie e antipatie, paure, desideri… Qualche autore sostiene che la memoria affettiva sia allora la madre del nostro presente e del nostro futuro. Non di rado capita che questa madre sia più matrigna che benigna. Facciamo un paio di esempi di segno opposto. Uno positivo. Un bambino nell’età della Scuola d’Infanzia o nei primi anni del Catechismo (pensiamo solo alla Messa di Prima Comunione) che sedimenta dentro di sé davanti alle immagini e alle esperienze del sacro un sentimento di stupore, di gratitudine, di fascinazione, avvertirà nella stagione dell’adolescenza o della maturità, con maggiore facilità, la percezione dell’incanto per ciò che è divino, nelle sue crisi sarà portato a ritenere che probabilmente di Dio ci si può fidare, nella sua ricerca di senso proverà attrazione per ciò che il Vangelo ritiene buono, vero e bello. L’emozione integrata, coerente con un progetto di vita aperto alla fede, si rivelerà integrante, consentirà di leggere e accogliere le benedizioni del Signore disseminate lungo il cammino, abiliterà a mettere in ordine la propria storia intorno ad una offerta educativa credente per la quale ci si può fidare, ad apprezzare la propria vera identità di creatura ad immagine somiglianza di Dio, da sempre amata da Lui e chiamata a fare come Lui. Un adulto che non abbia una memoria religiosa di questo tipo o non l’abbia affatto, sarà un adulto orfano, sicuramente più povero… senza memoria affettiva, senza ‘madre’, disintegrato e smarrito. Andiamo ora ad una memoria affettiva di segno  negativo. Classico è il profilo che colui che ha intrattenuto con il padre una pessima relazione, portandosi dentro rabbia, rancore, fastidio, umiliazione, ribellione. Il figlio incompreso e mal-trattato davanti a tutto ciò che suona come autorità e imposizione sarà spinto ad agire in termini aggressivi, con la conclusione che talvolta penserà di essere un amante della giustizia, un uomo dall’alto senso della libertà, che non tollera forzature e arroganze, una specie di profeta che reagisce alla protervia altrui… senza avvedersi che sta lottando contro suo padre, il padre dell’infanzia, rispondendo alla tracotanza, o a ciò che lui giudica come tale, con altrettanta tracotanza, se non peggiore della prima: poveretto! Il tutto senza cattiveria (si capisce), perché gli sfugge la motivazione profonda, la radice del suo ‘santo’ disagio. Vedete come la memoria affettiva plasmi il presente, lo generi come una madre genera il figlio. Si comprende allora come sia utile e furbo imparare ad integrare la memoria affettiva, perché sia reale energia che aiuti e non disgreghi la nostra vera identità. Per guarire la memoria affettiva, sempre in parte ammalata perché le botte che prende in genere non vengono curate per tempo, si deve mettere le mani su di un materiale che non richiede, per essere individuato, l’accompagnamento di un esperto. Sto parlando della memoria storica: questa sì è chiara nella mente. È la memoria dei fatti non dimenticati, degli incontri, del percorso famigliare, amicale, lavorativo… ecclesiale. Una memoria affettiva poco sana, non guarita va a braccetto, quasi fosse la sorella preferita, con una memoria storica poco piacevole, ingrata, più o meno sofferente… disgregata e quindi disgregante. Gli scontenti, i brontoloni, i pessimisti, gli acidi sono, se guardati da vicino, perennemente in lotta con il loro passato remoto e recente. Vita infelice la loro, proprio perché il passato è sentito e ricordato come triste. Se non proprio infelice, almeno inquieta, velata di nervosismo e di pessimismo, poco gioiosa. Ciò che è stato viene visto come un campo di battaglia o come una sporta pesante da portare: malattie e prove, insuccessi, genitori non all’altezza, preti non all’altezza, amici insinceri, figli inconcludenti e torvi, e come se non bastasse, un Dio muto, impotente. Un passato degno solo di essere dimenticato, rimosso o di cui ricordare solo un parte… una storia non ben integrata e, come si può capire, disintegrante se non altro di una certa legittima e possibile serenità (che immancabilmente scappa). L’operazione di fondo da fare e rifare quotidianamente è la riconciliazione (l’integrazione) della memoria storica. Tutto il nostro percorso va accettato, guardato, preso così com’è. Ogni gesto e ogni silenzio, ogni gioia e ogni patimento, ogni volto e ogni immagine, ogni successo e ogni peccato. Accettare, va da sé, non significa approvare con olimpionica ingenuità, ma consentire che ciò che è stato sia. Accettare è permettere alla realtà storica di essere quella che è, senza eccessive vergogne e disperazioni. L’operazione suddetta da sola non è sufficiente. E’ basilare, ma fermarsi qui sarebbe roba per uomini psichici che non si aprono ad un reale cambiamento, ad una liberante conversione-integrazione. L’altro passo, assolutamente essenziale, è la gratitudine. Nessuno di noi è così sfortunato da non aver motivi per cui ringraziare. Chi con pazienza e con stupore impara a recuperare il cordoncino rosso delle benedizioni che gli uomini e Dio gli hanno accordato e che attraversa tutte le tappe della vita e che si fa ancor più robusto e riverberante dentro alle sue zone buie, s’accorgerà di essere creatura desiderata e  amata, da sempre. Intuirà che non è uno sgorbio frutto del caso, ma un figlio che può  avanzare con speranza, un dono che andrà condiviso con gli altri. La memoria affettiva ferita inizia così a guarire, le emozioni primitive di svilimento lasceranno spazio a sentimenti positivi, si muteranno in emozioni di fiducia. Eccola la memoria ’vera’, affettiva e storica insieme, grata e fiduciosa, la memoria-madre feconda di un presente e di un avvenire che si possono affrontare con entusiasmo, con generosità perché certi di essere stati ben voluti, perché sicuri di essere stati amati, sicuri di valere, convinti di  essere capaci di amare, desiderosi di ricambiare. Interessanti questi ottimisti non stupidini, che non si sforzano di presentarsi con un sorriso ebete, ma che sorridono alla vita perché hanno appreso ad integrare la loro vita. Riguardo al futuro il meccanismo è il medesimo: tutto ciò che sta di fronte come possibilità e che non sappiamo digerire e gestire tende ad attaccare la nostra identità, a metterci sulla difensiva, a disgregarci. Mi sia consentito di focalizzare l’attenzione sul futuro pastorale. Nei prossimi 5 anni con ogni probabilità lo sforzo della pastorale diocesana mirerà a riconfigurare il tessuto pastorale in unità-zone pastorali, dove le singole identità parrocchiali non si dissolvono in un polverone caotico, ma divengono alleate e sorelle. Il progetto è indotto indubbiamente da un rapido invecchiamento del clero e dai nuovi ingressi in Seminario ridotti al lumicino, ma nello stesso tempo dalla volontà di far fronte alla tentazione di una vita presbiterale autoreferenziale (della serie la mia Canonica, la mia Parrocchia, il mio gruppo, le mie  irrinunciabili e geniali idee…) e di una vita pastorale altrettanto autoreferenziale (il mio campanile, il mio prete, le mie suore, il mio Grest, ecc.). Dentro a questo panorama è evidente il limite: mancanza di preti, mancanza di suore, mancanza se non assenza di laici preparati, mancanza di ricette funzionanti… aumento di ‘pecore smarrite’ o che semplicemente preferiscono brucare altri foraggi e frequentare altre valli, svuotamento domenicale, inappetenza di fede… Se il limite non viene integrato e vissuto come una straordinaria opportunità, allora immediate sono le reazioni disgreganti o perlomeno insufficienti. E allora si passa da un approccio tecnico, di chi pensa di abbassare l’ansia esclusivamente moltiplicando piani-progetti-verifiche. Si dice che quando si sa dove  andare, con competenza, allora ci si sente meno inadeguati e pian piano si recupera (o si finge di recuperare) gusto e convinzione. In questo sforzo quasi puramente di ingegneria pastorale dove sta l’anima del Pastore-Amante del suo gregge? Non ne viene fuori piuttosto un profilo da ‘operatore-meccanico pastorale’, da controllore della situazione che rischia di non controllare un bel nulla e di trovarsi più ansioso di prima? E si arriva ad un approccio aggressivo e disfattista di chi profetizza solo implosioni e collassi pastorali, di chi ritiene praticamente impossibile metter due preti sotto lo stesso tetto perché cresciuti con il mito del Parroco-Papa-e-Re e non tiene conto di non essere dispensato dal convertirsi dal suo individualismo, di chi si abbarbica penosamente e pateticamente al suo campanile (per salvarlo, si dice, senza accorgersi di isolarlo), di chi presume di non aver nulla da imparare dagli altri, di chi non ha mai letto il Vangelo della condivisione.Quando il limite non viene accettato con pacatezza, ma avvertito come minaccia, quando non viene metabolizzato ed integrato queste sono alcune delle logiche e poco entusiasmanti conclusioni. Lo stesso limite può essere valorizzato e gestito da credenti. Perché non interpretarlo come una provvidenziale Scuola Formativa, come un vuoto dove si nascondono le pro-vocazioni, gli appelli vocazionali di Dio? La povertà del futuro ci può educare all’umiltà, all’abbandonarci alla misericordia divina più che mai al lavoro quando si tratta di poveri, all’uscita dal nostro orticello, alla condivisione delle nostre risorse, all’apprezzamento della ricchezza altrui, alla responsabilità laicale (la Chiesa non è una bottega che si frequenta quando se ne decide la necessità, e che va aperta e tenuta in ordine senza prodotti scaduti e da preti aggiornati), al lavoro di squadra, al pensare insieme da cristiani e non da sciocchi rivali, all’andare incontro all’altro non perché mi è simpatico, ma perché me lo chiede il Vangelo. ‘Quando sono debole, è allora che sono forte’: così si confidava nella preghiera Paolo di Tarso che si era lasciato formare dalla prova e dalla necessità. Integrare allora per non disperdere, perché ogni frammento e soprattutto quello meno appariscente contiene energia, possiede a sua volta un frammento di grazia, la presenza dell’Eterno. Integrare perché, come Dio che non è venuto per condannare e brontolare, nulla vada perduto, tutto vada vissuto e goduto. Integrare per costruire, piantare, irrigare, vitalizzare, anche dove altri non vedono nulla di buono… e infine raccogliere, anzi questo è già raccogliere il frutto formato, il frutto  della integrazione-formazione permanente! 24.07.2005

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Croce: segno di salvezza

Audio Omelia del 18.03.2012

Domenica 18 marzo 2012

Letture:  2 Cr 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21

Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:
«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

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Quel tempio siamo noi

Audio Omelia del 11.03.2012

Domenica 11 marzo 2012

Letture:  Es 20,1-17; Sal 18; 1 Cor 1,22-25; Gv 2,13-25

Dal vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

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La Bruna e Il Giglio

Pubblico un lavoretto commissionatomi dagli amici della Cooperativa Sociale Il Giglio di Porcia in occasione dell’anniversario della struttura purliliese. “Nella fase di partenza dell’avventura Giglio mi ricordo della Bruna indaffarata ad armeggiare instancabilmente intorno alla sua numerosa famiglia e alla nascente cooperativa, esuberante e pimpante, solare ed ottimista. Più volte l’abbiamo sorpresa con le lacrime agli occhi per il suo Simone o per le comuni preoccupazioni delle mamme, che tuttavia non le sciupavano il bel volto e il sorriso contagioso. Grazia che le veniva non perché si sforzava di apparire serena  e positiva, ma da un abbandono semplice ed intelligente alla provvidenza divina. Bruna aveva intuito con lungimiranza che era necessario dare continuità di accompagnamento ai diversamente abili, ne era quasi tormentata dal loro futuro: strutture mancanti, genitori destinati ad invecchiare, precarietà di sostegni, difficoltà di inserimenti lavorativi. Da donna generosa e determinata non si è lasciata andare alla lamentazione sterile e disfattista, al grido di:”Governo ladro!”, o all’apatia e alla rassegnazione. Ha saputo reagire e trasformare la sua situazione famigliare in redenzione per sé e per altri che si trovavano nelle sue condizioni. Lei allora ‘seme’ e germoglio del prossimo Giglio, a cui sono bastate inizialmente due stanze e quattro volenterosi. Una partenza assai francescana, approssimativa, fatta di entusiasmo  e di tanti sogni, ordinaria e geniale al contempo. Va notato un elemento di metodo: sin dai primi vagiti della neocooperativa, Bruna non si è mai incaponita  a sbrigarsela da sola, a giocare il ruolo di eroina della solidarietà, ma ha saputo con pazienza e saggezza tessere una tela di collaborazioni e di comunione. Mi si permetta di aggiungere un paio di riflessioni circa il contributo educativo di questa donna. La sua azione sociale ha generato una tendenza attorno a sé, un clima, un sentire insomma di cui esserle grati. Sono convinto che la sua capacità educativa, della quale forse non aveva coscienza percependosi piuttosto come la fondatrice, il gestore, la madre dell’opera Giglio, le veniva dalle sue ‘viscere di misericordia’, che sono poi quelle del Buon Samaritano, di Gesù prima della moltiplicazione dei pani di fronte alla folla affamata, del Padre misericordioso che si vede ritornare il figlio impoverito. In sostanza Bruna ha educato a trattare l’ultimo, con tutto il suo corredo di limiti e fragilità, con umanità. Ha umanizzato la disabilità, la malattia, il dolore, la precarietà. Quando si umanizza la sorte del fratello meno fortunato scompaiono le resistenze e i timori, si riduce la distanza e la solitudine, ci si incoraggia a procedere con speranza, si vede l’altro non nel suo aspetto fisico, ma nel suo mistero. Entrando al Giglio a tutte le stagioni non si respira aria pesante di tristezza e di malinconia, ma ci si tonifica come attraversando un giardino in Primavera. Un secondo contributo formativo Bruna l’ha consegnato educandoci ad una solidarietà biblica  e moderna, non pietistica e buonista. L’obiettivo era ed è quello di creare un luogo di solidarietà bidirezionale, ovvero di condivisione, di reciproca spartizione di beni dove nessuno viene trattato come un vaso vuoto da riempire. Ed è in effetti la sensazione che si prova quando si esce dal Giglio, di aver quasi ‘rubato’, portato via in sovrabbondanza amicizia, consolazione, slancio, gusto di vivere in termini assai maggiori rispetto a quello che si è portato. Non possiamo che complimentarci per l’anniversario del Giglio con Bruna, con gli operatori, con i ragazzi e le loro famiglie, con i volontari e benefattori, con tutte le istituzioni che si sono attivate. Sono convinto che il Signore quotidianamente benedice e bagna guardaldola con simpatia questa nostra e sua pianta. Auguri!”.

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Tabor: trasfigurarsi o trasformarsi

Audio Omelia del 04.03.2012

Domenica 4 marzo 2012

Letture:  Gn 22,1-2.9a.10-13.15-18; Sal 115; Rm 8,31b-34; Mc 9,2-10

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

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Governare le tentazioni

Audio Omelia del 26.02.2012

Domenica 26 febbraio 2012

Letture:  Gn 9,8-15; Sal 24; 1 Pt 3,18-22; Mc 1,12-15

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano.
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

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Quaresima: elemosina, preghiera, digiuno

Audio Omelia del 22.02.2012

Mercoledì 22 febbraio 2012

Letture:  Gl 2,12-18; Sal 50; 2 Cor 5,20-6,2; Mt 6,1-6.16-18

Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

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Peccato e sensi di colpa

Audio Omelia del 19.02.2012

Domenica 19 febbraio 2012

Letture:  Is 43,18-19.21-22.24b-25; Sal 40; 2 Cor 1,18-22; Mc 2,1-12

Dal vangelo secondo Marco
Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati».
Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».
Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

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