‘La porta aperta…’

Apertura Anno Pastorale Diocesano 2013-14

Siamo arrivati a pochissime battute dalla Apertura dell’Anno Pastorale Diocesano di Domenica 15 Settembre. Sua location sarà il Centro Pastorale Giovanni Paolo II della Parrocchia di San Giorgio di Porcia. ‘La porta aperta…’, titolo dell’evento, si ispira all’icona dell’Anno Pastorale che racconta la liturgia celeste. L’autore di Apocalisse ci conduce quasi processionalmente di fronte ad una porta aperta sul cielo. Quanti vi entrano contempleranno un trono con assiso l’agnello sgozzato, il libro, le sette lampade, gli anziani. La dinamica liturgica che si celebra all’interno della sala del trono ci consegna il mistero di Dio, la direzione impressa da Lui alla storia, la nostra vocazione e responsabilità. Veniamo educati insomma al primato di Dio e alle Sue intenzioni buone. Così, abbiamo pensato di aprire una porta, evidentemente minore e tuttavia utile ed interessante, invitando gli operatori pastorali nel pomeriggio di Domenica nello spazio del Centro Pastorale di Porcia per condividere proposte, progetti, idee, orientamenti, materiali, strumenti pastorali. I disegni di Dio vanno tradotti e realizzati attraverso le nostre mediazioni che domandano formazione ed innovazione permanenti. Tutti gli Uffici di Pastorale Diocesani saranno presenti e attivi, e la quasi totalità delle realtà diocesane più significative con i loro contributi. Non ci interessa creare una passerella per mostrare la forza muscolare delle nostre performances pastorali. Sarebbe una esperienza di schiocca vanità. Ci anima piuttosto la gioia di condividere le risorse che circolano nell’ambito ecclesiale. È già una intelligente forma di comunione e di pastorale integrata. Legittimo e auspicabile cercare strategie e strumenti altrove. Saggia la libertà di imparare da ‘fuori’. Curioso in ogni caso notare in alcuni operatori pastorali spensierata disattenzione per tutto ciò che si produce a casa propria. Ci muoveremo quindi con fiducia e gusto di esplorazione tra gli stands effettuando un percorso fisico e simbolico che è stato creato ad hoc, ci immergeremo nell’ascolto di alcune relazioni, ci lasceremo coinvolgere dai laboratori in un contesto di accoglienza e di festa. Non mancheranno dei laboratori per bambini e ragazzi. Alla sera, nel vicino pattinodromo (in chiesa parrocchiale se pioverà), apriremo una seconda porta e questa volta di tipo liturgico. Sarà come anticipare la liturgia del cielo dove tutto e tutti si dispongono attorno al risorto nel canto della libertà e della riconoscenza. Dopo un incipit artistico, ascolteremo la Parola, la parola del nostro pastore e sarà consegnata l’icona che accompagnerà il nuovo Anno Pastorale. Alla liturgia serale tutte le comunità parrocchiali sono invitate. Ringraziamo il vescovo per aver incoraggiato l’evento, lo staff organizzativo, gli splendidi volontari ad iniziare dai volontari di Porcia con il all’iniziativa.

Don Fabrizio De Toni  *vicario per la Pastorale
(Articolo pubblicato sul settimanale diocesano Il Popolo del 15.09.2013)

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Iride

Il simbolo visivo dell’iride richiama l’occhio, il guardare, l’osservare, la vista insomma. Lo intendiamo come senso esterno ma anche e soprattutto come senso interno, ovvero come capacità di discernere, di vagliare, di cogliere la verità. È il simbolo che abbiamo deciso come rappresentativo del Bollettino.
Sarà un occhio, o meglio saranno ambedue gli occhi aperti sulla comunità e aperti e interessati nel contempo sulla realtà che sta all’intorno. E per continuare, il nostro strumento di comunicazione è una finestra aperta che consentirà a quanti circolano sulla soglia, di sbirciare dentro, di incuriosirsi, di condividere progetti e sogni che ci abitano. Suggestivo a tal proposito lo splendido testo di Luca che narra l’unzione di Gesù da parte di una peccatrice (intendi fragile, forse non proprio prostituta nel caso specifico). La scena è commovente e sensuale, dall’atmosfera avvolgente e orientale. Tutti i sensi sono implicati e coinvolti. La donna si presenta da dietro e piange. Il verbo si applica per la pioggia e al pianto, unito al lamento e al singhiozzo. È quasi una fontana di lacrime. Si attiva l’udito. Le lacrime calde cadono sui piedi, che vengono asciugati strofinando i capelli e baciati. Si mette in moto il tatto. Vengono cosparsi di profumo, è agganciato l’olfatto e anche il gusto. Il profumo è dolce e pungente. A questo punto Luca mette in campo la vista, descrive l’occhio di Simone. ‘Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: “Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice”’ (cfr Lc 7,36-8,3). L’occhio di Simone è malato, dallo sguardo distorto, superficiale, sprezzante, incapace di cogliere la profondità, la verità. Simone non si coinvolge nel mistero, non lo afferra. Non vede che Dio è venuto a cercarsi ciò che era perduto, ciò che viene disprezzato e che sembra irrecuperabile. Non vede la misericordia. I suoi sensi esterni ed interni sono mal funzionanti, come paralizzati e bloccati. Poveretto! La sua iride è offuscata, il suo sguardo impuro e cattivo. Tutto questo per dire che ci piacerebbe guardarci, guardare e lasciarci guardare con occhio limpido, penetrante. Cogliendo il bello, che possiamo ascoltare, annusare, toccare, gustare, e vedere, raccontandolo e condividendolo. È un esercizio che ci può portare lontano, dagli esiti sorprendenti. Ho incontrato da poco un cinquantenne ormai in fase terminale avanzata. Con un sorriso appena accennato, mi confidava con un filo di voce che i suoi famigliari erano disperati e inorriditi della sua magrezza e degli infiniti cateteri. Li compativa quasi! Infatti lui vedeva nei tubicini, nelle flebo e nelle dosi di morfina, nelle lenzuola cambiate, nelle spondine, nelle visite mediche e famigliari, nelle mani che lo toccavano i… colori della vita! “È bellissimo, vedo cose meravigliose. Intorno a me e davanti a me c’è solo luce!”.
Buona lettura!
Don Fabrizio

(Articolo pubblicato nel Nr.1 di ‘Iride’ – bollettino della parrocchia di Villotta-Basedo, giugno 2013)

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Comunità che celebra e condivide

L’ “oggetto” del celebrare e del condividere è ovviamente la fede, ‘porta’ di accesso al Mistero. La nostra Chiesa locale si è impegnata per declinare su tre anni il dono della fede: fede vissuta, fede celebrata e condivisa (Anno Pastorale 2013-2014), fede testimoniata. Annunciamo che il 18 Giugno presso la Cattedrale di Concordia, il 19 Giugno presso la Concattedrale di San Marco in Pordenone, il 20 Giugno presso il Duomo di Maniago alle ore 20.30 sarà consegnato il Progetto Pastorale Diocesano 2013-2014 ai sacerdoti, ai Vicepresidenti dei Consigli Pastorali Parrocchiali e agli operatori pastorali. Il volumetto con il PPD conterrà anche l’Instrumentum Laboris per il riassetto diocesano e la Costituzione Conciliare sulla Sacra Liturgia ‘Sacrosanctum Concilium’. La liturgia celeste di Ap. 4-5 è la fonte ispirativa e lo sfondo integratore dell’intero nuovo PPD. In essa sono rintracciabili le due dimensioni del celebrare e del condividere. La liturgia dell’Agnello, che viene descritta, intende dare le chiavi per aprire, per interpretare la storia dell’uomo, come storia governata da Cristo morto e risorto. La liturgia che celebriamo ritmicamente, ad iniziare da quella domenicale, ha la pretesa di consegnarci le chiavi per leggere il destino dell’uomo e il senso della vita. I ventiquattro anziani evocano gli ‘adulti’ nella fede che nel passato e nel presente consentono alla fede di essere trasmessa e ricevuta, ‘condivisa’ appunto. Essi richiamano le mediazioni ordinarie e vere che Dio attiva per raggiungerci. Il PPD e l’Instrumentum Laboris, con il quale va saldato, intendono accompagnare la nostra Chiesa locale a realizzare una ‘pastorale integrata’, della corresponsabilità e dal forte timbro missionario. Ora, perché questa tipologia di pastorale, ‘varata’ con chiarezza dai vescovi italiani con il bel documento del 2004 ‘Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia’, possa divenire mentalità condivisa, modus operandi ordinario, cultura insomma, occorrono a mio avviso almeno tre elementi. Essi debbono concorrere insieme e richiamarsi reciprocamente. Per una pastorale della condivisione e della missione è necessario innanzitutto avere delle idee, degli obiettivi, degli elementi oggettivi. L’elemento dell’ “oggettività” è contenuto e offerto dal PPD e dall’Instrumentum Laboris. In secondo luogo, non può mancare l’elemento della “sensibilità”. E’ indispensabile metterci passione, cuore e convinzione. Partire scarichi e incerti vanificherebbe il progetto complessivo. Si potrebbe riprendere il titolo di un celebre romanzo di Susanna Tamaro ‘Và dove ti porta il cuore’ per reimpostarlo nel nostro contesto dicendo: ‘Và e fa battere il cuore per i sogni della tua Chiesa’. L’ultimo elemento è quello di una seria “pedagogia”, anch’essa presente nei due strumenti pastorali. Essa disegna i passi e le operazioni concrete per avvicinarci agli obiettivi scelti. Direi che quest’anno uno dei punti sui quali si è trovata una importante sintonia è quello delle ‘proposte concrete’. E’ la dimensione pedagogica che garantirà la praticabilità di un progetto. Buon cammino!

(Articolo pubblicato sul settimanale diocesano Il Popolo del 16.06.2013)

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Il Biennio è un bell’affare!

Ricordo come il Biennio per Coordinatori Pastorali fu una delle conclusioni più significative maturate durante i lavori del Convegno Ecclesiale del 2005. Allora nel linguaggio informale si parlava di ‘coperta corta’, ovvero di una riduzione numerica del clero accompagnata dal suo progressivo invecchiamento. Si avvertiva la necessità di dotarsi di uno strumento formativo per provvedere laici che potessero inserirsi come ‘quadri’ medi e medio alti della vita pastorale ordinaria. Oggi, nell’orizzonte imminente del riassetto di Unità Pastorali e di Foranie, e consapevoli maggiormente dell’identità laicale, a cui spetta non solamente l’animazione delle realtà della storia, ma anche di prendere parte attiva e responsabile alla missio della Chiesa, la bontà del Biennio per Coordinatori Pastorali appare ancor più evidente. A mio parere tale itinerario formativo ha un carattere strutturale. Non si limita infatti a degli assaggi veloci di teologia e di progettazione pastorale, ma si presenta con l’ambizione di fornire una serie di competenze e di professionalità che consentano di porsi in un servizio di animazione, di coordinamento e di accompagnamento delle comunità parrocchiali in stretta alleanza con i presbiteri. Da parroco mi è sempre piaciuto sin dall’inizio favorire il Biennio e indirizzare laici che ritenevo potessero maturare una visione complessiva della realtà ecclesiale, avvertendone fin da subito l’amore per la Chiesa e un certo spirito intraprendente. Da una prospettiva diocesana la motivazione positiva che mi ispirava si è rafforzata ulteriormente. Commuove vedere come dei trentenni/quarantenni dopo una giornata di lavoro e di faccende famigliari, arrivando cotti ed esausti alla Madonna Pellegrina di Pordenone, improvvisamente si rianimino con entusiasmo, e rientrino a casa con la sensazione gradevole di essere stati incoraggiati e arricchiti. Il valore della squadra dei loro formatori, ad iniziare dal don Fermo, e il carattere attivo/laboratoriale del percorso evidentemente sono uno degli elementi che garantiscono la qualità dell’offerta formativa. Forse, come sostengono alcuni pastoralisti, il laicato italiano dà l’impressione di essere come un gigante addormentato, il quale se svegliato di soprassalto potrebbe prendersi una botta in testa e combinare grossi guai. Sono convinto che si tratta di uno scotto da pagare se vogliamo interagire con un interlocutore ‘sveglio’ e che impara a stare in piedi. Più che uno scenario preoccupante, o addirittura minaccioso, vi vedo la straordinaria opportunità di essere padri di ‘figli’ che domandano, e ai quali domandiamo, di essere adulti e corresponsabili nel grande cantiere della fede.

(Articolo pubblicato nell’inserto ‘Speciale’ del  settimanale diocesano “Il Popolo” di domenica 2 giugno 2013)

 

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La prima volta



Vorrei spendere una parola per incoraggiare il cammino appena avviato per il riassetto delle Foranie e delle Unità Pastorali, che per noi è contenitore e sostanza nello stesso tempo dell’azione pastorale. Un prete amico mi raccontava le sue perplessità in merito alla visione di Chiesa e alle proposte operative che emergono dall’Instrumentum Laboris, documento che guiderà lo studio e l’implementazione della riorganizzazione diocesana.

Mi chiedo perché non di rado quando parliamo di cor-responsabilità, di con-divisione, di com-unione, di in-tegrazione (tutti termini che evocano dialogo e scambio) facciamo fatica a commuoverci. Il cuore appunto non si muove e non proviamo attrazione ed entusiasmo. La mente tutt’al più riconosce che l’operazione delle Unità Pastorali è necessaria, dovuta, razionale, ma non vi si vede e non si gode per una visione di Chiesa che vi sottende. Tra le ragioni di questa reazione spirituale e pastorale insieme vi scorgo un paio di ‘virus’ che ci irrigidiscono come la corazza di Davide prima di ingaggiare battaglia contro Golia.
Ricordo un giovane prete milanese che conobbi. Allora aveva sui trent’anni. Mi confidò che stava percorrendo un itinerario personale di conversione e di revisione di vita accompagnato da dei sacerdoti esperti. Mi rivelò che con suo sommo stupore stava provando come una gioia che gli dilatava le pareti del cuore, quasi da fargli male, fino a portarlo alle lacrime. Sentiva che dentro di sé poteva ospitare il mondo, mentre prima era tutto preso dalle sue perfezioni personali. Mentre esperimentava la libertà dal suo individualismo, era attratto dalla bellezza della fraternità e della comunione.
Eccola qui la prima ‘bestia’, l’autoreferenzialità, in alcuni talmente sottile da sfuggire agli stessi interessati che ci impedisce di essere autenticamente affascinati dall’Altro e dagli altri, senza infastidirci o spaventarci delle loro differenze, anzi lasciandocene incantare.
Ho letteralmente ‘bevuto’ un recente saggio sull’uomo tecno liquido di Tonino Cantelmi della Lumsa di Roma. L’uomo contemporaneo, tecno liquido così lo chiama, figlio di internet ama contatti leggeri (light), liquidi, non impegnativi, blandi e difficilmente si impegna in relazioni vere. Porta nel suo smartphone migliaia di indirizzi mail e di numeri di cellulare, ma in realtà stabilisce solo delle connessioni virtuali che può spegnere con un click. Entrare in un circuito di confronto, di corresponsabilità, di ascolto paziente, di tessitura comune, di relazioni veraci diviene così per taluni una impresa improbabile per la quale non merita rischiare e scommettere più di tanto. Se sapremo sbarazzarci di tale corazza saremo liberi di procedere. Sarò anche rincitrullito, ma a me pare che l’impresa di metterci in rete domanda oltre che intelligenza e professionalità un sacco di desiderio, insomma è una faccenda di innamoramento per tutto ciò che sa di Comunione, dalla quale siamo fatti e per la quale siamo fatti.

Don Fabrizio
(tratto da ‘Collegamento Pastorale’ supplemento de ‘il Popolo’ – Diocesi Concordia-Pordenone)

 

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L’anno della fede? La diocesi lo fa in tre

A partire dall’Anno della fede la diocesi di Concordia – Pordenone insieme con il vescovo Giuseppe Pellegrini ha deciso di spendere almeno tre anni pastorali da declinare come fede da vivere, da condividere e da celebrare, e infine da testimoniare.
Il momento d’avvio in diocesi dell’Anno della fede ha registrato un’adesione numerosa e convinta agli eventi organizzati, a iniziare dalla splendida serata dell’11 ottobre 2012. In quella occasione sacerdoti, religiosi e religiose, ma anche autorità civili e militari, sindaci e amministratori degli enti locali, come i consigli pastorali parrocchiali e le associazioni del territorio hanno gremito il Palazzetto dello sport di Pordenone per un triplice appuntamento: l’apertura appunto dell’Anno della fede, la memoria dei 50 dell’inizio del Concilio Vaticano II, l’avvio dell’anno pastorale 2012-2013. Adesioni convinte si sono confermate anche per gli appuntamenti formativi successivi, dedicati alla fede, al credo, ai documenti del Concilio.
Di quest’Anno della fede e di questo impegno corale si colgono i primi frutti.
È nato il Centro di pastorale giovanile, punto di riferimento per i progetti che riguardano adolescenti e preadolescenti. L’organismo è chiamato a essere strumento di educazione alla fede, di coordinamento della pastorale giovanile, di sussidiazione per le parrocchie in deficit di risorse e di mezzi. Nuovo impulso è stato impresso alla Pastorale familiare. Le sue proposte formative, rivolte sia separatamente che congiuntamente ai sacerdoti e ai laici, stanno maturando nelle comunità parrocchiali una sensibilità missionaria nuova verso i giovani che si aprono al mistero dell’amore, i fidanzati, le famiglie, le coppie in difficoltà sino a raggiungere le famiglie «ferite e spezzate».
È maturata la consapevolezza che è terminata la stagione della parrocchia autosufficiente e autoreferenziale. Le mutate condizioni pastorali e culturali invitano a porre mano al riassetto complessivo della diocesi, spingendo a seguire i dettami della pastorale integrata e valorizzando le articolazioni intermedie della Forania e delle Unità Pastorali. È in atto nella diocesi un percorso che, partendo da un Instrumentum Laboris circa le Foranie e le Unità Pastorali, porterà nell’anno pastorale 2014 a investire con determinazione le energie per una reale pastorale in rete.
L’intento è di fermentare una Chiesa che viva, nella concretezza di relazioni intense e solidali, il mistero della comunione e che si presenti con un volto decisamente missionario. La diocesi sa di dover affrontare le criticità della condizione ecclesiale come la drammatica contrazione numerica dei sacerdoti e il calo vocazionale, una gestione della fede talvolta in termini consumistici e soggettivi che preoccupano e fanno  soffrire. Le mutazioni culturali, il fenomeno dell’immigrazione, gli effetti della crisi economica che non hanno risparmiato neppure il nord est non possono lasciare indifferenti. Anzi, interpellano fortemente proprio chi è credente e tanto più chi alla trasmissione della fede dedica la sua vita.
Eppure, dentro a questi scenari, ci si sente stimolati a reagire in modo coerente con il Vangelo della misericordia e della carità. A tal proposito è stato ricostituito il Fondo diocesano di solidarietà per i poveri, chiedendo anzitutto ai sacerdoti di rinunciare a una loro mensilità. Una risposta strategica è anche la scelta di mettere in alleanza le parrocchie per una  pastorale dinamica «tra le case della gente», prendendo, come ha insegnato papa Francesco, «l’odore delle pecore».
Fabrizio De Toni * vicario per la Pastorale.
(Articolo pubblicato sul quotidiano ‘Avvenire’ di domenica 28 aprile 2013 a cura del settimanale diocesano “Il Popolo” )

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Foranie e Unità Pastorali

Intervento sulla Pastorale Integrata-UP-Foranie

Consiglio Presbiterale

Seminario di Pordenone, 28 Febbraio 2013

 

a)      Le mie considerazioni vanno ad integrazione dell’intervento organico e dettagliato del Vescovo sulle Unità Pastorali (UP) e sulle Foranie (vedi Bozza di Instrumentum Laboris che riesprime l’intervento stesso). Non intendono essere una forma di benedizione e di consacrazione della proposta dell’episcopo, la quale è già in sé condivisibile ed autorevole, ma una sorta di ripresa con alcune integrazioni. Sarà importante interloquire, discernere come presbiterio, evitare disfattismi e tiepidezze, investendo la nostra libertà e creatività.

b)      La decisione del vescovo di por mano in termini energici al riassetto delle nostre articolazioni territoriali ed ecclesiali non è riducibile ad una uscita estemporanea, o ad un ‘tormentone pastorale’ condiviso dai vescovi italiani e poco attraente per i presbiteri italiani. E’ una scelta più che motivata, assolutamente ineludibile e che si colloca nella cornice di un percorso diocesano iniziato da tempo. Eccone i passi più recenti. Ricordiamo il contributo sulla Forania di Mons. Lorenzo Cozzarin al Consiglio Presbiterale del Marzo 2012. Egli evidenziava l’intelligenza e la reattività della Diocesi nell’ultima fase storica di fronte ai cambiamenti in atto. La Diocesi allora era riuscita a superare la tentazione dell’inerzia e dell’irrigidimento, riuscendo ad operare una serie di riforme. Sono ancora utili i criteri di lettura e di discernimento che vennero adottati: criterio territoriale-geografico, demografico, economico, culturale, politico, religioso. Richiamiamo inoltre l’analisi offerta da don Roberto Laurita. Egli proponeva di uscire dalla categoria classica del ‘praticante’, per interpretare ed inquadrare ciò che sta mutando, per adottare quella del ‘pellegrino’ libero e svincolato, che si delocalizza preferendo parrocchie e santuari altri rispetto a quelli del suo ambiente, che si muove smaliziato dentro ai ritmi degli itinerari catechistici, liturgici, pastorali offerti dalle nostre parrocchie per costruirsi un suo personalissimo ritmo ed itinerario. Accenniamo infine alle riflessioni di don Luca Bressan e di don Giampietro Ziviani offerte durante le settimane residenziali del clero dello scorso anno.

c)       Si possono così tirare almeno un paio di conclusioni. I cambiamenti sono strutturali, veloci e permanenti. La contrazione del clero, il fenomeno dei battezzati lontani e ‘fai da te’, la presenza considerevole di immigrati, la fuga nella fase del post cresima… questi cambiamenti e nuovi scenari sono pastoralmente inaffrontabili gettandosi nella mischia in splendida solitudine o infilando la testa sotto la sabbia attendendo il passaggio della tormenta. Di qui la proposta di una decisa e ferma pastorale integrata. La seconda conclusione consiste nell’adozione e nell’attivazione convinta di Foranie ed UP come strumenti e forme di cooperazione in chiave missionaria a servizio delle parrocchie, che rimangono in ogni caso le protagoniste. Per la nostra Chiesa locale si tratta di una conclusione condivisa e che ci differenzia dalle strategie e dalle conclusioni di altre Chiese locali. Facciamo qui brevemente riferimento alla sperimentazione della Chiesa di Milano con le sue ‘Comunità Pastorali’, che stanno subendo una brusca frenata di ripensamento, e a quella della Chiesa di Parma. In sostanza si dà origine ad una sorta di super-parrocchia dotata di un unico Consiglio Pastorale e di un unico Consiglio Pastorale per gli Affari Economici. Una ‘piccola diocesi nella diocesi’ così come la definisce  il gergo di alcuni preti milanesi, che tende a svuotare di protagonismo le singole parrocchie, riducendo di fatto i parroci a vicari parrocchiali alle dipendenze di un unico parroco (per questi presbiteri che improvvisamente si ritrovano ‘declassati’ si è inventato il neologismo di ‘sparroci’). Essa accumula responsabilità, incombenze e burocrazia nelle mani di pochi. Tutto ciò è stato messo in luce, assieme ad aspetti interessanti e positivi, da una recente tesi di laurea, non pubblicata, di don Paolo Ciotti,  dal titolo ‘Dinamiche di innovazione della Chiesa di Milano’, della quale si trova una sintesi nel numero di settembre 2012 della Rivista del Clero Italiano. Le Unità Pastorali a mio avviso presentano un nodo critico sul quale riflettere e meritevole di approfondimenti. La struttura dell’UP con il suo moderatore, Equipe, Consiglio e progettazione pastorale forte, se teniamo presente il discernimento diocesano, vanno intesi come strumenti per la promozione della vivacità delle parrocchie. Ora, una gestione poco oculata di tale strumento potrebbe generare un conflitto tra singola parrocchia e UP, con conseguente cortocircuito aspro o indolore. E’ una ipotesi realistica che va tenuta sotto controllo per evitare che i due livelli si oppongano o si ignorino. Sarà l’intenso dialogo e il coinvolgimento convinto nel lavoro di rete che consentirà di evitare fastidiose opposizioni e di tessere relazioni pastorali dettate da uno spirito di comunione e vissute in un clima di armonia.

d)      Esiste un ulteriore punto sensibile sul quale concentrare la riflessione. Ovvero chiarire obiettivi e criteri sui quali accordarci. Da quello che ho inteso, Forania e UP sono destinate ad essere innanzitutto forme di sinergia pastorale per la formazione e per la missione, più che istituzioni amministrative e organizzative, ovvero esse sono ‘operazioni’ pastorali di fraternità e di comunione. Detto diversamente, non si tratta di invenzioni razionali, ingegneristiche, logistico-manageriali, ma relazionali. Insistere, pur con tutta la professionalità e serietà da porre alla dimensione metodologica e tecnica, sulla organizzazione mette in ombra la verità e la bontà del progetto della pastorale integrata. Ne vien fuori solamente una immagine arida e ‘frigida’, che non riesce ad aver presa. L’insistenza opportuna va posta sulla dinamica relazionale e comunionale. E’ in fondo la forma di Chiesa amata e sognata dal Vat II, che può esercitare una attrazione ‘estetica’. Non v’è nulla di più bello della comunione. A tal proposito si legga il documento della Chiesa di Brescia sulle UP che dedica, quasi esagerando di proposito, tutta una serie di paragrafi alla comunione andando a scomodare addirittura la SS.Trinità. Sulla stessa lunghezza d’onda il documento della Chiesa di Treviso che arriva a ‘ridefinire’ le UP chiamandole ‘Collaborazioni Pastorali’.

e)      Il Percorso. Mi si permetta una parola sul team che dovrebbe guidare il processo di costituzione delle UP. Lo immagino come una squadra che ha il compito di accompagnare, di facilitare, di monitorare il cammino in tutti i sui passaggi: fase di discernimento iniziale, fase di istituzione, fase di implementazione. Il tutto secondo un atteggiamento che non sia di controllo, ma di sostegno.

f)       La corresponsabilità laicale. Essa andrà cercata ed esercitata fin da subito. Esiste già una buona letteratura in proposito a partire dal magistero per finire con  la riflessione autorevole delle voci più significative del laicato italiano. Don Luca Bressan, il pastoralista di Milano, esorta con franchezza e ripetutamente a tenere a bada la tentazione di impostare la pastorale integrata in termini clericali, procedendo in modo ‘verticale’. Andranno coinvolti i Consigli Pastorali, gli operatori laici di base, le aggregazioni e le associazioni diocesane. La corresponsabilità laicale domanda una serie di conversioni. Ne individuo almeno due. Una conversione presbiterale al gusto del lavoro in squadra, alla scoperta paterna di carismi e risorse e all’invito altrettanto paterno alla corresponsabilità nella progettazione e nella gestione dei progetti. Se non ci muoviamo in questa direzione o i sacerdoti saranno intraprendenti (e al limite dell’infarto), ma tenderanno a bloccare gli spunti e l’iniziativa laicale, o si presenteranno sulla scena pastorale statici  ed impotenti di fronte alle urgenze che spingono. Sarebbero auspicabili preti che sanno muoversi alacremente dietro le quinte, da registi e ‘padri’ saggi, abili nel promuovere a dare fiducia ai ‘figli’. Una conversione laicale. Sarà indispensabile avviare almeno un nucleo di laici ad una formazione di primo livello. Il Biennio per Coordinatori pastorali e le differenti proposte formative diocesane possono ottimamente rispondere alla nostra esigenza. Ci si doterà allora di ‘quadri’ medio-alti che, guidati per un servizio umile (occhio al clericalismo alla rovescia con contrapposizioni dal sapore sindacale), consentiranno di costruire il nuovo assetto di Chiesa con tutta la sua gamma di offerta nella cornice della nuova evangelizzazione.

g)      Si profila un cantiere ed una avventura avvincente e appassionante. Credo che Dio sia all’opera già da tempo nonostante e dentro le stanchezze e le contraddizioni europee ed italiane, per sagomare una Chiesa estroversa e tonica. Ci viene chiesto di rispondere, di essere corresponsabili, imparando a muovere le nostre mani al ritmo delle Sue.

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Pastorale integrata

 

La riflessione circa la pastorale integrata è nata in Italia ed in Europa attorno agli anni ’80. Ora la letteratura è piuttosto consistente e su di essa ha sviluppato un pensiero autorevole il magistero della Chiesa, che a tal proposito esce dalla ‘vaghezza’ di cui molti operatori pastorali lo accusano e si fa ‘fresco’ e concreto. Per le nostre considerazioni ci rifacciamo alla Nota CEI del 1° Luglio 2004 ‘Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia’ ed in particolare al n° 11 della stessa.

 

Va detto da subito che i recenti documenti CEI, compresa la succitata Nota, confermano la bontà della realtà parrocchiale. Il reticolo parrocchiale con il suo inserimento e radicamento sul territorio in modo capillare rende la parrocchia essenziale. In Italia ha determinato la formazione di un cristianesimo popolare, non elitario, ed ora fatto oggetto di ripetuti studi in ambito europeo. La parrocchia consente l’accesso all’esperienza di fede narrata, celebrata, vissuta nella ferialità. Il campanile della Parrocchia, pur non così ‘evidente’ come in passato dove era simbolo potente di aggregazione e di appartenenza, sta ad indicare ancora una presenza che possiede forza dinamica. Quindi è giusto trattare con riconoscenza e rispetto la Parrocchia, che non va relegata tra i prodotti del passato o come una anticaglia di cui sbarazzarsi.

 

Tuttavia, eccola la precisa valutazione dei vescovi italiani, la parrocchia autosufficiente non tiene più. Le ragioni sono ovvie e sotto gli occhi di tutti. Ne elenchiamo alcune: contrazione rapida del clero, fenomeno dei battezzati lontani o appena sulla soglia, aumento dei non battezzati e dei non credenti, presenza massiccia di immigrati con la loro cultura e la loro tradizione religiosa, cristiani fai da te, sparizione del postcresima, nuove povertà… Tutto questo determina degli scenari e delle sfide inaffrontabili dalla singola parrocchia. Pensare che basti scuotere le coscienze e chiamare ad una ‘adunata’ attorno al campanile appare manovra votata ad essere inconcludente oltre che patetica. La quantità e la complessità delle nuova condizione per la parrocchia domanda ben altro.

 

Eccola allora motivata la proposta di una pastorale integrata. Non va scambiata per l’ultima chance disperata della barca chiesa che non riesce a tappare le falle, e non è nemmeno una costrizione dovuta ad una pressione esterna che non si riesce ad arginare altrimenti. Si tratta di una scelta voluta liberamente, frutto di un approfondito discernimento, che deve essere tradotta poi nell’operatività con pazienza e determinazione insieme. La pastorale integrata, e questo è un secondo argomento a suo favore che non viene dalle urgenze, appare come una opportunità provvidenziale che consente di riformare il volto della Chiesa in termini più aderenti alle intuizioni del Vat II.

 

Essa, prima che una tecnica e un agire, è una mentalità ecclesiale e pastorale. E’ come una sensibilità della mente, del cuore e della volontà. Insomma è una cultura creata dal gusto spirituale di interagire, di fare squadra tra preti e vescovo, tra preti e preti, tra preti/religiosi/diaconi e laici. E’ paragonabile ad una tessitura di relazioni intraparrocchiali, interparrocchiali, diocesane che si spingono a connettersi con i movimenti e le associazioni. Ci è dato con essa il piacere di suonare lo spartito del Vangelo attivando carismi, risorse, servizi e ministeri in modo armonico e comunionale.

 

Una volta descritto così, pur nella sua approssimazione, il profilo della pastorale integrata va detto che essa è destinata a tradursi soprattutto su due livelli: la Forania e l’Unità Pastorale. Ciò significa che le parrocchie si coalizzano in rete, fraternizzano e si attivano per coordinare la pastorale e renderla intraprendente e missionaria. In questo modo non ci si accontenta di arginare i problemi o di gestire l’esistente, ma si reagisce reimpostando l’assetto complessivo. L’ipotesi più probabile per dare consistenza effettiva ai due livelli appare essere quella di attribuire alla Forania il compito di essere luogo per la fraternità presbiterale e per la formazione di primo livello, mentre all’Unità Pastorale quello di strumento per organizzare la pastorale giovanile, famigliare e delle azioni rivolte ai lontani. Il convegno di Verona del 2006 ha individuato 5 ambiti da abitare pastoralmente: la vita affettiva ed emotiva, la fragilità e il disagio, il lavoro e la festa, la tradizione passata e recente, la cittadinanza.

 

I vescovi agganciano sempre alla strategia della pastorale integrata una seconda scelta, che appare consequenziale e necessaria: la scelta della corresponsabilità. Per effettuare il passaggio dalla collaborazione alla corresponsabilità è necessario superare una immagine di prete ‘nordico’ superattivo ed intraprendente, che pensa in anticipo i progetti, chiedendo tutt’al più e a cose fatte dei consigli, ed emana poi disposizioni e ordini per realizzarli tentando di coinvolgere il maggior numero possibile di laici. Quindi ci si augura di poter passare da un vitale organizzatore e distributore di compiti ad una regia pastorale dove i laici possano condividere la responsabilità sin da subito: nell’analisi, nel discernimento, nella individuazione degli obiettivi, delle strategie, delle iniziative, nelle decisioni e nella conduzione dei progetti. Se all’interno di un Consiglio Pastorale ci si limita ad informare e a comunicare, a trovare soluzioni operative su bisogni già valutati ed interpretati altrove mortifichiamo certamente la corresponsabilità. Essa amalgama sapientemente risorse e consente loro di esprimersi, rivitalizza, potenzia e diversifica l’offerta pastorale, crea solidarietà nella responsabilità. Al pastore competerà la regia della corresponsabilità, a lui viene chiesto di incoraggiare. Ritengo non ci sia nulla da perdere per il parroco nel lavorare dietro le quinte, divenendo il primo interlocutore dello Spirito Santo che ama arricchire la comunità e metterla in connessione. Interpretata  così la corresponsabilità, al parroco non viene chiesto di lavorare di più o di meno, ma in termini diversi, meno solitari, più creativi e ci permettiamo di aggiungere, forse anche più distensivi. Una affascinante e promettente prospettiva anche per la nostra Chiesa diocesana.

 

Intervento fatto al Consiglio Pastorale Diocesano del 22.02.2013

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Azione Cattolica che bello!

Al recente incontro triveneto delle Presidenze di Azione Cattolica del 24 Febbraio 2013 a Zelarino (Ve), davanti ad una delegazione della Presidenza Nazionale, i responsabili di AC hanno potuto puntualizzare lo status quo e confrontarsi sulle prospettive associative. Mentre ascoltavo le relazioni introduttive ho notato come una legittima lamentatio comune. Ovvero, esiste la percezione di una identità associativa minacciata dentro alle dinamiche quotidiane delle realtà ecclesiali. L’AC si sente come coinvolta  e travolta da urgenze, scadenze, piani pastorali, progetti e nel rischio effettivo di perdere il suo volto, la sua vocazione propria riducendosi a fonte di manovalanza sovraccarica di incombenze. In realtà, se da una parte questa sincera confessione mi provoca dispiacere e quasi un senso di colpa, dall’altra mi consola perché rivela una AC pienamente inserita nei ritmi della Chiesa, che soprattutto al Nord è tentata da uno sbilanciamento sull’operativo, sulla pastorale delle cose da fare a ritmi frenetici e concitati. Intendo dire che gli affanni dell’AC sono gli affanni delle comunità cristiane, almeno quelle più intraprendenti, e sono gli affanni del prete medio, il quale corre e rincorre gli eventi per conservare la tradizione che abbiamo ereditato dal passato e arrabattarsi con il nuovo che incalza. Una via di uscita intelligente, questa è stata l’osservazione dei più, può essere costituita dalle Unità Pastorali. Esse non sono un ulteriore fardello che arriva dall’inedito che si profila all’orizzonte, ma una risposta sapiente che consente di costruire una chiesa maggiormente fraterna, che predilige la formazione e la missione, distribuendo i carichi di responsabilità, senza lasciare il parroco di turno isolato e sotto pressione costante. Così mi sono permesso di segnalare che i documenti del magistero insistono sul ruolo dell’Azione Cattolica in questo scenario delle UP. All’AC si riservano dei paragrafi ad hoc.  Essa facendo suo il fine apostolico della Chiesa non si ritira di fronte al progetto delle UP. Sono del parere che potrà  portare un contributo essenziale essendo una associazione popolare e relazionale, e quindi consentire di evitare che le UP siano una operazione logistica ed ingegneristica. Con il suo inserimento attivo la rete interparrocchiale potrà svilupparsi come una forma di comunione, di intesa tra credenti, di chiesa sul territorio maggiormente aderente ai sogni conciliari. Che bello!

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Quaresima 2013

Sussidio Quaresima 2013. Nella fase di avvio dell’anno pastorale ci siamo interrogati come uffici pastorali e ci siamo ripromessi di “obbedire” in modo coerente e stringente al Piano Pastorale Diocesano. Obiettivi e metodo cooperativo non valgono solo per le parrocchie sul territorio. Ecco allora nascere l’idea di proporre un Sussidio per la Quaresima 2013. Quindi non il classico mega-bustone con dentro ‘di tutto e di più’, ma uno strumento con una sua struttura organica che favorisca una animazione intelligente del percorso quaresimale. La finalità è di creare, seguendo la pista liturgica, attrazione attorno alla relazione di fede sgombrandola da incrostazioni e distorsioni. In sostanza avremo tra le mani un agile testo unitario con una serie di indicazioni per la liturgia, per la Quaresima di fraternità, e per attivare degli itinerari differenziati per ragazzi, adolescenti, giovani e adulti. Vi esortiamo a prendere in seria considerazione la proposta e ad utilizzarla con molta libertà ed elasticità, andando dall’adozione di spunti minimi, all’attivazione di esperienze più esigenti. Abbiamo pensato di consegnare a parte i percorsi per i destinatari per non appesantire l’offerta e per una forma di sana spending review. Nella formulazione del sussidio diamo dei rimandi utili al documento (in uscita) del Consiglio Pastorale Diocesano sulla ‘crisi economica’. (…)

Conversione dei desideri. Il cantiere vivo e vivace della pastorale, impegnato a realizzare i disegni del Piano Pastorale Diocesano, ora entrerà nella stagione liturgica della Quaresima e quindi riceverà ulteriore propulsione e spinta. Tale energia e motivazione, per sostenere con convinzione il nostro cammino di educazione alla fede e al primato di Dio, può arrivare dal desiderio, ovvero dalla passione. Animi stanchi e spenti in partenza tolgono slancio, creatività, entusiasmo. Dall’icona di Gv 21 (da non dimenticare e congedare alla svelta) ci viene consegnato una sorta di itinerario pedagogico ad un sano desiderare. Pietro smuove il gruppo bloccato con il suo desiderio istintivo e umanissimo espresso nel: ‘Io vado a pescare’. Dopo il primo fallimento della pesca notturna, il Risorto riattiva il desiderio e lo gratifica. Non solo, lo trasforma indirizzandolo verso di sé tanto che Pietro non esita a buttarsi ‘in mare’ e a raggiungere il suo Signore. È Lui che accende, attira, alimenta i nostri desideri. Attorno a Lui possiamo trascinare la rete piena di desideri. E sarà nuova evangelizzazione. Buona Quaresima!

 

 

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