La prima volta



Vorrei spendere una parola per incoraggiare il cammino appena avviato per il riassetto delle Foranie e delle Unità Pastorali, che per noi è contenitore e sostanza nello stesso tempo dell’azione pastorale. Un prete amico mi raccontava le sue perplessità in merito alla visione di Chiesa e alle proposte operative che emergono dall’Instrumentum Laboris, documento che guiderà lo studio e l’implementazione della riorganizzazione diocesana.

Mi chiedo perché non di rado quando parliamo di cor-responsabilità, di con-divisione, di com-unione, di in-tegrazione (tutti termini che evocano dialogo e scambio) facciamo fatica a commuoverci. Il cuore appunto non si muove e non proviamo attrazione ed entusiasmo. La mente tutt’al più riconosce che l’operazione delle Unità Pastorali è necessaria, dovuta, razionale, ma non vi si vede e non si gode per una visione di Chiesa che vi sottende. Tra le ragioni di questa reazione spirituale e pastorale insieme vi scorgo un paio di ‘virus’ che ci irrigidiscono come la corazza di Davide prima di ingaggiare battaglia contro Golia.
Ricordo un giovane prete milanese che conobbi. Allora aveva sui trent’anni. Mi confidò che stava percorrendo un itinerario personale di conversione e di revisione di vita accompagnato da dei sacerdoti esperti. Mi rivelò che con suo sommo stupore stava provando come una gioia che gli dilatava le pareti del cuore, quasi da fargli male, fino a portarlo alle lacrime. Sentiva che dentro di sé poteva ospitare il mondo, mentre prima era tutto preso dalle sue perfezioni personali. Mentre esperimentava la libertà dal suo individualismo, era attratto dalla bellezza della fraternità e della comunione.
Eccola qui la prima ‘bestia’, l’autoreferenzialità, in alcuni talmente sottile da sfuggire agli stessi interessati che ci impedisce di essere autenticamente affascinati dall’Altro e dagli altri, senza infastidirci o spaventarci delle loro differenze, anzi lasciandocene incantare.
Ho letteralmente ‘bevuto’ un recente saggio sull’uomo tecno liquido di Tonino Cantelmi della Lumsa di Roma. L’uomo contemporaneo, tecno liquido così lo chiama, figlio di internet ama contatti leggeri (light), liquidi, non impegnativi, blandi e difficilmente si impegna in relazioni vere. Porta nel suo smartphone migliaia di indirizzi mail e di numeri di cellulare, ma in realtà stabilisce solo delle connessioni virtuali che può spegnere con un click. Entrare in un circuito di confronto, di corresponsabilità, di ascolto paziente, di tessitura comune, di relazioni veraci diviene così per taluni una impresa improbabile per la quale non merita rischiare e scommettere più di tanto. Se sapremo sbarazzarci di tale corazza saremo liberi di procedere. Sarò anche rincitrullito, ma a me pare che l’impresa di metterci in rete domanda oltre che intelligenza e professionalità un sacco di desiderio, insomma è una faccenda di innamoramento per tutto ciò che sa di Comunione, dalla quale siamo fatti e per la quale siamo fatti.

Don Fabrizio
(tratto da ‘Collegamento Pastorale’ supplemento de ‘il Popolo’ – Diocesi Concordia-Pordenone)

 

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L’anno della fede? La diocesi lo fa in tre

A partire dall’Anno della fede la diocesi di Concordia – Pordenone insieme con il vescovo Giuseppe Pellegrini ha deciso di spendere almeno tre anni pastorali da declinare come fede da vivere, da condividere e da celebrare, e infine da testimoniare.
Il momento d’avvio in diocesi dell’Anno della fede ha registrato un’adesione numerosa e convinta agli eventi organizzati, a iniziare dalla splendida serata dell’11 ottobre 2012. In quella occasione sacerdoti, religiosi e religiose, ma anche autorità civili e militari, sindaci e amministratori degli enti locali, come i consigli pastorali parrocchiali e le associazioni del territorio hanno gremito il Palazzetto dello sport di Pordenone per un triplice appuntamento: l’apertura appunto dell’Anno della fede, la memoria dei 50 dell’inizio del Concilio Vaticano II, l’avvio dell’anno pastorale 2012-2013. Adesioni convinte si sono confermate anche per gli appuntamenti formativi successivi, dedicati alla fede, al credo, ai documenti del Concilio.
Di quest’Anno della fede e di questo impegno corale si colgono i primi frutti.
È nato il Centro di pastorale giovanile, punto di riferimento per i progetti che riguardano adolescenti e preadolescenti. L’organismo è chiamato a essere strumento di educazione alla fede, di coordinamento della pastorale giovanile, di sussidiazione per le parrocchie in deficit di risorse e di mezzi. Nuovo impulso è stato impresso alla Pastorale familiare. Le sue proposte formative, rivolte sia separatamente che congiuntamente ai sacerdoti e ai laici, stanno maturando nelle comunità parrocchiali una sensibilità missionaria nuova verso i giovani che si aprono al mistero dell’amore, i fidanzati, le famiglie, le coppie in difficoltà sino a raggiungere le famiglie «ferite e spezzate».
È maturata la consapevolezza che è terminata la stagione della parrocchia autosufficiente e autoreferenziale. Le mutate condizioni pastorali e culturali invitano a porre mano al riassetto complessivo della diocesi, spingendo a seguire i dettami della pastorale integrata e valorizzando le articolazioni intermedie della Forania e delle Unità Pastorali. È in atto nella diocesi un percorso che, partendo da un Instrumentum Laboris circa le Foranie e le Unità Pastorali, porterà nell’anno pastorale 2014 a investire con determinazione le energie per una reale pastorale in rete.
L’intento è di fermentare una Chiesa che viva, nella concretezza di relazioni intense e solidali, il mistero della comunione e che si presenti con un volto decisamente missionario. La diocesi sa di dover affrontare le criticità della condizione ecclesiale come la drammatica contrazione numerica dei sacerdoti e il calo vocazionale, una gestione della fede talvolta in termini consumistici e soggettivi che preoccupano e fanno  soffrire. Le mutazioni culturali, il fenomeno dell’immigrazione, gli effetti della crisi economica che non hanno risparmiato neppure il nord est non possono lasciare indifferenti. Anzi, interpellano fortemente proprio chi è credente e tanto più chi alla trasmissione della fede dedica la sua vita.
Eppure, dentro a questi scenari, ci si sente stimolati a reagire in modo coerente con il Vangelo della misericordia e della carità. A tal proposito è stato ricostituito il Fondo diocesano di solidarietà per i poveri, chiedendo anzitutto ai sacerdoti di rinunciare a una loro mensilità. Una risposta strategica è anche la scelta di mettere in alleanza le parrocchie per una  pastorale dinamica «tra le case della gente», prendendo, come ha insegnato papa Francesco, «l’odore delle pecore».
Fabrizio De Toni * vicario per la Pastorale.
(Articolo pubblicato sul quotidiano ‘Avvenire’ di domenica 28 aprile 2013 a cura del settimanale diocesano “Il Popolo” )

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Foranie e Unità Pastorali

Intervento sulla Pastorale Integrata-UP-Foranie

Consiglio Presbiterale

Seminario di Pordenone, 28 Febbraio 2013

 

a)      Le mie considerazioni vanno ad integrazione dell’intervento organico e dettagliato del Vescovo sulle Unità Pastorali (UP) e sulle Foranie (vedi Bozza di Instrumentum Laboris che riesprime l’intervento stesso). Non intendono essere una forma di benedizione e di consacrazione della proposta dell’episcopo, la quale è già in sé condivisibile ed autorevole, ma una sorta di ripresa con alcune integrazioni. Sarà importante interloquire, discernere come presbiterio, evitare disfattismi e tiepidezze, investendo la nostra libertà e creatività.

b)      La decisione del vescovo di por mano in termini energici al riassetto delle nostre articolazioni territoriali ed ecclesiali non è riducibile ad una uscita estemporanea, o ad un ‘tormentone pastorale’ condiviso dai vescovi italiani e poco attraente per i presbiteri italiani. E’ una scelta più che motivata, assolutamente ineludibile e che si colloca nella cornice di un percorso diocesano iniziato da tempo. Eccone i passi più recenti. Ricordiamo il contributo sulla Forania di Mons. Lorenzo Cozzarin al Consiglio Presbiterale del Marzo 2012. Egli evidenziava l’intelligenza e la reattività della Diocesi nell’ultima fase storica di fronte ai cambiamenti in atto. La Diocesi allora era riuscita a superare la tentazione dell’inerzia e dell’irrigidimento, riuscendo ad operare una serie di riforme. Sono ancora utili i criteri di lettura e di discernimento che vennero adottati: criterio territoriale-geografico, demografico, economico, culturale, politico, religioso. Richiamiamo inoltre l’analisi offerta da don Roberto Laurita. Egli proponeva di uscire dalla categoria classica del ‘praticante’, per interpretare ed inquadrare ciò che sta mutando, per adottare quella del ‘pellegrino’ libero e svincolato, che si delocalizza preferendo parrocchie e santuari altri rispetto a quelli del suo ambiente, che si muove smaliziato dentro ai ritmi degli itinerari catechistici, liturgici, pastorali offerti dalle nostre parrocchie per costruirsi un suo personalissimo ritmo ed itinerario. Accenniamo infine alle riflessioni di don Luca Bressan e di don Giampietro Ziviani offerte durante le settimane residenziali del clero dello scorso anno.

c)       Si possono così tirare almeno un paio di conclusioni. I cambiamenti sono strutturali, veloci e permanenti. La contrazione del clero, il fenomeno dei battezzati lontani e ‘fai da te’, la presenza considerevole di immigrati, la fuga nella fase del post cresima… questi cambiamenti e nuovi scenari sono pastoralmente inaffrontabili gettandosi nella mischia in splendida solitudine o infilando la testa sotto la sabbia attendendo il passaggio della tormenta. Di qui la proposta di una decisa e ferma pastorale integrata. La seconda conclusione consiste nell’adozione e nell’attivazione convinta di Foranie ed UP come strumenti e forme di cooperazione in chiave missionaria a servizio delle parrocchie, che rimangono in ogni caso le protagoniste. Per la nostra Chiesa locale si tratta di una conclusione condivisa e che ci differenzia dalle strategie e dalle conclusioni di altre Chiese locali. Facciamo qui brevemente riferimento alla sperimentazione della Chiesa di Milano con le sue ‘Comunità Pastorali’, che stanno subendo una brusca frenata di ripensamento, e a quella della Chiesa di Parma. In sostanza si dà origine ad una sorta di super-parrocchia dotata di un unico Consiglio Pastorale e di un unico Consiglio Pastorale per gli Affari Economici. Una ‘piccola diocesi nella diocesi’ così come la definisce  il gergo di alcuni preti milanesi, che tende a svuotare di protagonismo le singole parrocchie, riducendo di fatto i parroci a vicari parrocchiali alle dipendenze di un unico parroco (per questi presbiteri che improvvisamente si ritrovano ‘declassati’ si è inventato il neologismo di ‘sparroci’). Essa accumula responsabilità, incombenze e burocrazia nelle mani di pochi. Tutto ciò è stato messo in luce, assieme ad aspetti interessanti e positivi, da una recente tesi di laurea, non pubblicata, di don Paolo Ciotti,  dal titolo ‘Dinamiche di innovazione della Chiesa di Milano’, della quale si trova una sintesi nel numero di settembre 2012 della Rivista del Clero Italiano. Le Unità Pastorali a mio avviso presentano un nodo critico sul quale riflettere e meritevole di approfondimenti. La struttura dell’UP con il suo moderatore, Equipe, Consiglio e progettazione pastorale forte, se teniamo presente il discernimento diocesano, vanno intesi come strumenti per la promozione della vivacità delle parrocchie. Ora, una gestione poco oculata di tale strumento potrebbe generare un conflitto tra singola parrocchia e UP, con conseguente cortocircuito aspro o indolore. E’ una ipotesi realistica che va tenuta sotto controllo per evitare che i due livelli si oppongano o si ignorino. Sarà l’intenso dialogo e il coinvolgimento convinto nel lavoro di rete che consentirà di evitare fastidiose opposizioni e di tessere relazioni pastorali dettate da uno spirito di comunione e vissute in un clima di armonia.

d)      Esiste un ulteriore punto sensibile sul quale concentrare la riflessione. Ovvero chiarire obiettivi e criteri sui quali accordarci. Da quello che ho inteso, Forania e UP sono destinate ad essere innanzitutto forme di sinergia pastorale per la formazione e per la missione, più che istituzioni amministrative e organizzative, ovvero esse sono ‘operazioni’ pastorali di fraternità e di comunione. Detto diversamente, non si tratta di invenzioni razionali, ingegneristiche, logistico-manageriali, ma relazionali. Insistere, pur con tutta la professionalità e serietà da porre alla dimensione metodologica e tecnica, sulla organizzazione mette in ombra la verità e la bontà del progetto della pastorale integrata. Ne vien fuori solamente una immagine arida e ‘frigida’, che non riesce ad aver presa. L’insistenza opportuna va posta sulla dinamica relazionale e comunionale. E’ in fondo la forma di Chiesa amata e sognata dal Vat II, che può esercitare una attrazione ‘estetica’. Non v’è nulla di più bello della comunione. A tal proposito si legga il documento della Chiesa di Brescia sulle UP che dedica, quasi esagerando di proposito, tutta una serie di paragrafi alla comunione andando a scomodare addirittura la SS.Trinità. Sulla stessa lunghezza d’onda il documento della Chiesa di Treviso che arriva a ‘ridefinire’ le UP chiamandole ‘Collaborazioni Pastorali’.

e)      Il Percorso. Mi si permetta una parola sul team che dovrebbe guidare il processo di costituzione delle UP. Lo immagino come una squadra che ha il compito di accompagnare, di facilitare, di monitorare il cammino in tutti i sui passaggi: fase di discernimento iniziale, fase di istituzione, fase di implementazione. Il tutto secondo un atteggiamento che non sia di controllo, ma di sostegno.

f)       La corresponsabilità laicale. Essa andrà cercata ed esercitata fin da subito. Esiste già una buona letteratura in proposito a partire dal magistero per finire con  la riflessione autorevole delle voci più significative del laicato italiano. Don Luca Bressan, il pastoralista di Milano, esorta con franchezza e ripetutamente a tenere a bada la tentazione di impostare la pastorale integrata in termini clericali, procedendo in modo ‘verticale’. Andranno coinvolti i Consigli Pastorali, gli operatori laici di base, le aggregazioni e le associazioni diocesane. La corresponsabilità laicale domanda una serie di conversioni. Ne individuo almeno due. Una conversione presbiterale al gusto del lavoro in squadra, alla scoperta paterna di carismi e risorse e all’invito altrettanto paterno alla corresponsabilità nella progettazione e nella gestione dei progetti. Se non ci muoviamo in questa direzione o i sacerdoti saranno intraprendenti (e al limite dell’infarto), ma tenderanno a bloccare gli spunti e l’iniziativa laicale, o si presenteranno sulla scena pastorale statici  ed impotenti di fronte alle urgenze che spingono. Sarebbero auspicabili preti che sanno muoversi alacremente dietro le quinte, da registi e ‘padri’ saggi, abili nel promuovere a dare fiducia ai ‘figli’. Una conversione laicale. Sarà indispensabile avviare almeno un nucleo di laici ad una formazione di primo livello. Il Biennio per Coordinatori pastorali e le differenti proposte formative diocesane possono ottimamente rispondere alla nostra esigenza. Ci si doterà allora di ‘quadri’ medio-alti che, guidati per un servizio umile (occhio al clericalismo alla rovescia con contrapposizioni dal sapore sindacale), consentiranno di costruire il nuovo assetto di Chiesa con tutta la sua gamma di offerta nella cornice della nuova evangelizzazione.

g)      Si profila un cantiere ed una avventura avvincente e appassionante. Credo che Dio sia all’opera già da tempo nonostante e dentro le stanchezze e le contraddizioni europee ed italiane, per sagomare una Chiesa estroversa e tonica. Ci viene chiesto di rispondere, di essere corresponsabili, imparando a muovere le nostre mani al ritmo delle Sue.

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Pastorale integrata

 

La riflessione circa la pastorale integrata è nata in Italia ed in Europa attorno agli anni ’80. Ora la letteratura è piuttosto consistente e su di essa ha sviluppato un pensiero autorevole il magistero della Chiesa, che a tal proposito esce dalla ‘vaghezza’ di cui molti operatori pastorali lo accusano e si fa ‘fresco’ e concreto. Per le nostre considerazioni ci rifacciamo alla Nota CEI del 1° Luglio 2004 ‘Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia’ ed in particolare al n° 11 della stessa.

 

Va detto da subito che i recenti documenti CEI, compresa la succitata Nota, confermano la bontà della realtà parrocchiale. Il reticolo parrocchiale con il suo inserimento e radicamento sul territorio in modo capillare rende la parrocchia essenziale. In Italia ha determinato la formazione di un cristianesimo popolare, non elitario, ed ora fatto oggetto di ripetuti studi in ambito europeo. La parrocchia consente l’accesso all’esperienza di fede narrata, celebrata, vissuta nella ferialità. Il campanile della Parrocchia, pur non così ‘evidente’ come in passato dove era simbolo potente di aggregazione e di appartenenza, sta ad indicare ancora una presenza che possiede forza dinamica. Quindi è giusto trattare con riconoscenza e rispetto la Parrocchia, che non va relegata tra i prodotti del passato o come una anticaglia di cui sbarazzarsi.

 

Tuttavia, eccola la precisa valutazione dei vescovi italiani, la parrocchia autosufficiente non tiene più. Le ragioni sono ovvie e sotto gli occhi di tutti. Ne elenchiamo alcune: contrazione rapida del clero, fenomeno dei battezzati lontani o appena sulla soglia, aumento dei non battezzati e dei non credenti, presenza massiccia di immigrati con la loro cultura e la loro tradizione religiosa, cristiani fai da te, sparizione del postcresima, nuove povertà… Tutto questo determina degli scenari e delle sfide inaffrontabili dalla singola parrocchia. Pensare che basti scuotere le coscienze e chiamare ad una ‘adunata’ attorno al campanile appare manovra votata ad essere inconcludente oltre che patetica. La quantità e la complessità delle nuova condizione per la parrocchia domanda ben altro.

 

Eccola allora motivata la proposta di una pastorale integrata. Non va scambiata per l’ultima chance disperata della barca chiesa che non riesce a tappare le falle, e non è nemmeno una costrizione dovuta ad una pressione esterna che non si riesce ad arginare altrimenti. Si tratta di una scelta voluta liberamente, frutto di un approfondito discernimento, che deve essere tradotta poi nell’operatività con pazienza e determinazione insieme. La pastorale integrata, e questo è un secondo argomento a suo favore che non viene dalle urgenze, appare come una opportunità provvidenziale che consente di riformare il volto della Chiesa in termini più aderenti alle intuizioni del Vat II.

 

Essa, prima che una tecnica e un agire, è una mentalità ecclesiale e pastorale. E’ come una sensibilità della mente, del cuore e della volontà. Insomma è una cultura creata dal gusto spirituale di interagire, di fare squadra tra preti e vescovo, tra preti e preti, tra preti/religiosi/diaconi e laici. E’ paragonabile ad una tessitura di relazioni intraparrocchiali, interparrocchiali, diocesane che si spingono a connettersi con i movimenti e le associazioni. Ci è dato con essa il piacere di suonare lo spartito del Vangelo attivando carismi, risorse, servizi e ministeri in modo armonico e comunionale.

 

Una volta descritto così, pur nella sua approssimazione, il profilo della pastorale integrata va detto che essa è destinata a tradursi soprattutto su due livelli: la Forania e l’Unità Pastorale. Ciò significa che le parrocchie si coalizzano in rete, fraternizzano e si attivano per coordinare la pastorale e renderla intraprendente e missionaria. In questo modo non ci si accontenta di arginare i problemi o di gestire l’esistente, ma si reagisce reimpostando l’assetto complessivo. L’ipotesi più probabile per dare consistenza effettiva ai due livelli appare essere quella di attribuire alla Forania il compito di essere luogo per la fraternità presbiterale e per la formazione di primo livello, mentre all’Unità Pastorale quello di strumento per organizzare la pastorale giovanile, famigliare e delle azioni rivolte ai lontani. Il convegno di Verona del 2006 ha individuato 5 ambiti da abitare pastoralmente: la vita affettiva ed emotiva, la fragilità e il disagio, il lavoro e la festa, la tradizione passata e recente, la cittadinanza.

 

I vescovi agganciano sempre alla strategia della pastorale integrata una seconda scelta, che appare consequenziale e necessaria: la scelta della corresponsabilità. Per effettuare il passaggio dalla collaborazione alla corresponsabilità è necessario superare una immagine di prete ‘nordico’ superattivo ed intraprendente, che pensa in anticipo i progetti, chiedendo tutt’al più e a cose fatte dei consigli, ed emana poi disposizioni e ordini per realizzarli tentando di coinvolgere il maggior numero possibile di laici. Quindi ci si augura di poter passare da un vitale organizzatore e distributore di compiti ad una regia pastorale dove i laici possano condividere la responsabilità sin da subito: nell’analisi, nel discernimento, nella individuazione degli obiettivi, delle strategie, delle iniziative, nelle decisioni e nella conduzione dei progetti. Se all’interno di un Consiglio Pastorale ci si limita ad informare e a comunicare, a trovare soluzioni operative su bisogni già valutati ed interpretati altrove mortifichiamo certamente la corresponsabilità. Essa amalgama sapientemente risorse e consente loro di esprimersi, rivitalizza, potenzia e diversifica l’offerta pastorale, crea solidarietà nella responsabilità. Al pastore competerà la regia della corresponsabilità, a lui viene chiesto di incoraggiare. Ritengo non ci sia nulla da perdere per il parroco nel lavorare dietro le quinte, divenendo il primo interlocutore dello Spirito Santo che ama arricchire la comunità e metterla in connessione. Interpretata  così la corresponsabilità, al parroco non viene chiesto di lavorare di più o di meno, ma in termini diversi, meno solitari, più creativi e ci permettiamo di aggiungere, forse anche più distensivi. Una affascinante e promettente prospettiva anche per la nostra Chiesa diocesana.

 

Intervento fatto al Consiglio Pastorale Diocesano del 22.02.2013

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Azione Cattolica che bello!

Al recente incontro triveneto delle Presidenze di Azione Cattolica del 24 Febbraio 2013 a Zelarino (Ve), davanti ad una delegazione della Presidenza Nazionale, i responsabili di AC hanno potuto puntualizzare lo status quo e confrontarsi sulle prospettive associative. Mentre ascoltavo le relazioni introduttive ho notato come una legittima lamentatio comune. Ovvero, esiste la percezione di una identità associativa minacciata dentro alle dinamiche quotidiane delle realtà ecclesiali. L’AC si sente come coinvolta  e travolta da urgenze, scadenze, piani pastorali, progetti e nel rischio effettivo di perdere il suo volto, la sua vocazione propria riducendosi a fonte di manovalanza sovraccarica di incombenze. In realtà, se da una parte questa sincera confessione mi provoca dispiacere e quasi un senso di colpa, dall’altra mi consola perché rivela una AC pienamente inserita nei ritmi della Chiesa, che soprattutto al Nord è tentata da uno sbilanciamento sull’operativo, sulla pastorale delle cose da fare a ritmi frenetici e concitati. Intendo dire che gli affanni dell’AC sono gli affanni delle comunità cristiane, almeno quelle più intraprendenti, e sono gli affanni del prete medio, il quale corre e rincorre gli eventi per conservare la tradizione che abbiamo ereditato dal passato e arrabattarsi con il nuovo che incalza. Una via di uscita intelligente, questa è stata l’osservazione dei più, può essere costituita dalle Unità Pastorali. Esse non sono un ulteriore fardello che arriva dall’inedito che si profila all’orizzonte, ma una risposta sapiente che consente di costruire una chiesa maggiormente fraterna, che predilige la formazione e la missione, distribuendo i carichi di responsabilità, senza lasciare il parroco di turno isolato e sotto pressione costante. Così mi sono permesso di segnalare che i documenti del magistero insistono sul ruolo dell’Azione Cattolica in questo scenario delle UP. All’AC si riservano dei paragrafi ad hoc.  Essa facendo suo il fine apostolico della Chiesa non si ritira di fronte al progetto delle UP. Sono del parere che potrà  portare un contributo essenziale essendo una associazione popolare e relazionale, e quindi consentire di evitare che le UP siano una operazione logistica ed ingegneristica. Con il suo inserimento attivo la rete interparrocchiale potrà svilupparsi come una forma di comunione, di intesa tra credenti, di chiesa sul territorio maggiormente aderente ai sogni conciliari. Che bello!

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Quaresima 2013

Sussidio Quaresima 2013. Nella fase di avvio dell’anno pastorale ci siamo interrogati come uffici pastorali e ci siamo ripromessi di “obbedire” in modo coerente e stringente al Piano Pastorale Diocesano. Obiettivi e metodo cooperativo non valgono solo per le parrocchie sul territorio. Ecco allora nascere l’idea di proporre un Sussidio per la Quaresima 2013. Quindi non il classico mega-bustone con dentro ‘di tutto e di più’, ma uno strumento con una sua struttura organica che favorisca una animazione intelligente del percorso quaresimale. La finalità è di creare, seguendo la pista liturgica, attrazione attorno alla relazione di fede sgombrandola da incrostazioni e distorsioni. In sostanza avremo tra le mani un agile testo unitario con una serie di indicazioni per la liturgia, per la Quaresima di fraternità, e per attivare degli itinerari differenziati per ragazzi, adolescenti, giovani e adulti. Vi esortiamo a prendere in seria considerazione la proposta e ad utilizzarla con molta libertà ed elasticità, andando dall’adozione di spunti minimi, all’attivazione di esperienze più esigenti. Abbiamo pensato di consegnare a parte i percorsi per i destinatari per non appesantire l’offerta e per una forma di sana spending review. Nella formulazione del sussidio diamo dei rimandi utili al documento (in uscita) del Consiglio Pastorale Diocesano sulla ‘crisi economica’. (…)

Conversione dei desideri. Il cantiere vivo e vivace della pastorale, impegnato a realizzare i disegni del Piano Pastorale Diocesano, ora entrerà nella stagione liturgica della Quaresima e quindi riceverà ulteriore propulsione e spinta. Tale energia e motivazione, per sostenere con convinzione il nostro cammino di educazione alla fede e al primato di Dio, può arrivare dal desiderio, ovvero dalla passione. Animi stanchi e spenti in partenza tolgono slancio, creatività, entusiasmo. Dall’icona di Gv 21 (da non dimenticare e congedare alla svelta) ci viene consegnato una sorta di itinerario pedagogico ad un sano desiderare. Pietro smuove il gruppo bloccato con il suo desiderio istintivo e umanissimo espresso nel: ‘Io vado a pescare’. Dopo il primo fallimento della pesca notturna, il Risorto riattiva il desiderio e lo gratifica. Non solo, lo trasforma indirizzandolo verso di sé tanto che Pietro non esita a buttarsi ‘in mare’ e a raggiungere il suo Signore. È Lui che accende, attira, alimenta i nostri desideri. Attorno a Lui possiamo trascinare la rete piena di desideri. E sarà nuova evangelizzazione. Buona Quaresima!

 

 

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Termine ed inizio

Giornata Mondiale della Pace. Quest’anno la Giornata mondiale della Pace, che si celebra il 1° di Gennaio in concomitanza con la solennità liturgica di Maria Santissima Madre di Dio, ha per titolo: ‘Beati gli operatori di pace’. Papa Benedetto, dopo aver assicurato che la pace non è un’utopia o una fantasia irrealizzabile, assicura in nome del Vangelo che è una ‘promessa’ di Dio già godibile dentro al tempo della storia. Nel messaggio di quest’anno insiste sulla costruzione del bene comune fatto di promozione della vita, di cura della famiglia, di libertà religiosa, di diritto al lavoro; propone un nuovo modello di economia sostenibile e solidale, non sganciato dai riferimenti etici, e quindi selvaggio e distruttivo, ma ordinato e responsabile; rilancia un impegno educativo forte per una vera cultura della pace e del perdono. Credo soprattutto che su questo ultimo punto le comunità cristiane possano attivarsi per la formazione di coscienze sensibili alla pace, diventando piccoli laboratori dove si educa al perdono, alla non violenza e alla misericordia. Da ultimo ricorda, in realtà strategicamente il Papa lo colloca all’inizio del suo messaggio, l’alleanza tra Dio e l’uomo, ovvero senza idealità, senso del mistero della vita, in una parola senza Dio l’uomo si ritrova confuso ed imbarbarito. Con Dio recupera la stima e il rispetto per sé e i suoi fratelli. Te Deum. La conclusione dell’anno solare  ci esorta ad un esercizio di gratitudine e di lode. Di fronte al Signore del tempo vogliamo esprimere la nostra riconoscenza per la sua generosità e fantasia. Grazie a tutti i nostri operatori pastorali per la loro tenacia e convinzione, e a coloro che hanno consentito ci celebrare le liturgie di questi giorni natalizi gustando la bellezza di Dio. Grazie per i gruppi, le associazioni e le istituzioni con i quali collaboriamo volentieri e con profitto. Il Signore ci aiuti a crescere come Chiese che sanno aggregarsi assieme senza paura di perdere la loro identità, piuttosto con il desiderio di condividere le loro risorse e speranze. Invochiamo infine la benedizione di Dio perché doni la sua consolazione a quanti patiscono, e sensibilità ai più fortunati per i meno fortunati.

Buon 2013!

Don Fabrizio a nome di don Loris, don Maurizio, don Luigi, P. Simon, Sr. Roberta, il diacono Corrado

(Articolo pubblicato su Le Voci – settimanale delle parrocchie di Villotta-Basedo, Fagnigola, Chions)

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La rete

Riandando all’intensa e rivitalizzante esperienza dell’11 Ottobre scorso al Palazzetto dello Sport di Pordenone dove abbiamo celebrato coralmente l’avvio dell’Anno della Fede, siamo stati accompagnati per mano a fare memoria del Concilio e siamo stati introdotti nel nuovo Anno Pastorale, rievoco facilmente l’immagine della splendida icona che lo sintetizza. Avvicinandomi ad essa, ‘scrittura’ dell’incontro del risorto sulle rive del lago, mi concentro sul simbolo della rete. Lo strumento per la pesca sta esattamente al centro della scena, come nel mezzo tra due opposti, ovvero  rocce e acqua. Quasi a  dire che dentro alla storia, nel suo cuore si situa l’avventura pastorale richiamata dalla figura della rete. Contemplando la rete già piena di pesci,  l’armeggiare di squadra, l’obbedienza alla Voce che arriva dalla riva afferro un disegno di cooperazione, una economia di condivisione, una sorta di pesca/pastorale dove le differenze si integrano armonicamente. Tale provocazione biblico/simbolica mi ispira ulteriori provocazioni. La Condivisione del Piano Pastorale Diocesano. Sono convinto della necessità di aprire frequentemente le pagine del documento, ad iniziare dai nostri Consigli Pastorali. Pena il ridurre ‘un progetto per un cantiere sulla fede e sulla pastorale’ in un volumetto graficamente apprezzabile da infilare nelle librerie parrocchiali. Ruminare e pregare il racconto di Gv 21, riprendere con fedeltà gli obiettivi di educazione alla fede e di affermazione del primato di Dio, prestare attenzione agli ambiti e alla forma del nostro procedere pastorale, lasciarci ispirare dalle indicazioni operative, se fatto collegialmente, con tenacia e con ritmo determina un procedere condiviso.  Una cultura pastorale comune, una prassi della condivisione dell’impostazione di fondo creerà senso di appartenenza, coesione, maggiore incisività, circolazione di creatività, fiducia.  Ecco perché è strategico dotarci di un PPD e rimanerne ancorati. La Condivisione della relazione tra periferia  e centro. Una tessitura paziente di relazioni, di dialogo, di progettazione condivisa tra territorio e organismi/uffici di curia è da incoraggiare e da sviluppare senza timore. Si tratta di attivare una rete di ideazione e di azione dove il centro si mette in ascolto e a servizio  e dove le realtà ecclesiali si aprono all’accompagnamento e non si muovono isolate. Un simile metodo, sia tecnico che spirituale, gode di maggiori possibilità di ‘raccolta’. A mo’ di esempio, mi si permetta di citare l’esperienza della collaborazione tra la Forania di Maniago e l’Ufficio Catechistico per la gestione sperimentale della catechesi, almeno per un tratto dell’anno, fatta in stretta combine con i genitori. La Condivisione interparrocchiale. Esistono evidentemente svariate modalità di Unità Pastorale. Le nostre Foranie e all’interno di esse le UP possiedono già un  patrimonio interessante di integrazione pastorale, di progetti comuni, di riflessione collegiale. Il PPD stesso promuove questa forma di ‘rete’ ecclesiale, che abbisognerà della cooperazione di tutti e che tenderà ad assumere profili differenti in ragione delle tradizioni esistenti, dei bisogni e dell’area geografica e culturale. In ogni caso possiamo rivelare che, senza fare troppi misteri, il Vescovo sta stimolando un percorso per formulare un progetto esportabile di Unità Pastorale. Recupereremo una riflessione già maturata negli ultimi anni e faremo tutta una serie di passaggi con gli organismi di partecipazione diocesani. Non sarà una ‘protesi rigida’, ma uno strumento flessibile, come la rete appunto, che ha come finalità l’evitare di procedere in ordine sparso e autoreferenziale, o di governare le comunità con piglio autoritario o eccessivamente prudenziale, e il favorire invece lo scambio, la circolazione di risorse, il gusto della comunione.

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Evento Palasport: È il Signore

Siamo ormai a ridosso dell’apertura dell’anno pastorale. I nuovi Orientamenti pastorali triennali, i ‘cambi’ fitti che stanno interessando i servizi diocesani e numerose parrocchie, la spinta sulla corresponsabilità e sulla cooperazione in rete hanno contribuito a creare un clima di attesa per un profilo di Chiesa, che inizia a prendere forma, più comunionale ed estroversa. Per i 7 incontrati dal Risorto sulla sponda del mare di Tiberiade è stata una questione di desiderio, di sensibilità, di sensi esterni ed interni, e potrebbe esserlo anche per noi. Tutti e sette possiedono sensi ancora funzionanti. Ascoltano l’ordine di gettare la rete e… obbediscono, ovvero ‘ascoltano’ non solo esternamente, ma anche con il cuore, internamente. È solo tuttavia il discepolo amato (e più giovane di Pietro) che oltre a vedere con gli occhi la rete piena, ‘vede’ internamente, riconosce la presenza del Risorto, crede. Esclamerà infatti: ‘È il Signore!’. L’amato ricambia con il desiderio, riconoscendo e amando a sua volta. La sua fede intelligente e ardente riattiva la fede dell’anziano, il quale travolto dal desiderio si tuffa in acqua per raggiungere il Maestro. Si determina così un desiderio collettivo, una tensione/relazione di fede che trascinerà il gruppo dei discepoli insieme a barca e pesci ai piedi del Signore. È il mistero grande della fede che provoca una serie di conversioni che hanno Dio come punto terminale. Gli Orientamenti Pastorali 2012-2015, titolati: ‘Chiamati a diventare comunità di credenti nella corresponsabilità’, la scansione triennale (per il 2012-2013 ‘Vivere la fede’), il commento biblico/pastorale del capitolo 21 di Giovanni che li ispira, le Indicazioni Pastorali 2012-2013, e quindi le priorità , le indicazioni di metodo, gli obiettivi e le proposte contenute domandano sensibilità, reattività esterna ed interna, coinvolgimento di mente, di cuore e di volontà. Il PPD (Piano Pastorale Diocesano) consegnato in anteprima ha trovato un generale consenso. L’obiezione legittima di eccesso di materiale nella parte riservata alle ipotetiche iniziative può trovare una risposta nell’esortazione a confrontarsi con tale abbondanza per esercitare una mediazione libera e creativa. Più che disorientare,  il materiale dovrebbe accendere la curiosità e favorire un lavoro di squadra.  È evidente che quest’anno, primo del triennio, ci si concentrerà in uno sforzo a vari livelli sulla formazione alla fede, superando la tentazione di ridurre il tutto ad un fatto razionale o solamente emotivo. Una fede insomma che sia esperienza  squisitamente relazionale. Per introdurci in questa avventura abbiamo ideato un evento diocesano, che ha come scopo l’Apertura dell’Anno Pastorale in forma comunitaria, l’Apertura dell’Anno della Fede e la memoria dei 50 anni dell’Apertura del Concilio Vat. II. Ci daremo allora appuntamento per l’11 di Ottobre 2012 alle ore 20.00 presso il Palazzetto dello Sport di Pordenone. Titolo ufficiale della serata che ne richiama quasi letteralmente gli obiettivi: ‘È il Signore! Celebriamo insieme: Inizio Anno della Fede, Anno Pastorale 2012-2013, 50 anni del Concilio Vat. II’. La macchina organizzativa si è messa in moto già da tempo. Vorremmo coinvolgere in termini ampi: parrocchie, consigli pastorali, sacerdoti, diaconi, istituti di vita consacrata, laici, associazioni ecclesiali, rappresentanti delle chiese sorelle e i responsabili della cosa pubblica (sindaci) del territorio. Alle 20.00 avremo una sorta di animazione artistica, alle 20.30 la celebrazione eucaristica con una serie di ‘consegne’ simboliche e quindi, per quanti lo vorranno e potranno,  un tempo di orazione/contemplazione presso la vicina Chiesa del Sacro Cuore. A breve saranno pubblicati ulteriori contributi per illustrare contenuti e aspetti tecnici dell’evento. Ciò che ci interessa è chiarire che non si tratta di ‘Evento francobollo’ appiccicato alla routine pastorale, giusto per soddisfare il prurito della novità, e nemmeno la cosa nasconde il bisogno di un ‘bagno di folla una tantum’ tanto per tirarci su un pochino. Convenire in termini liturgici ed inclusivi sarà come coalizzarci per gettare le reti dalla stessa parte della barca, per imparare assieme ad ascoltare e a vedere, per maturare come Chiesa intorno al suo Vescovo gioiosa  e credente.

Don Fabrizio De Toni

Vicario per la Pastorale

09.09.2012

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